In principio fu il bla bla bla.

“De André – Principe libero”: il film su De André senza De André

“De André – Principe libero”: il film su De André senza De André

Il mio amore smisurato per Fabrizio De André non poteva non spingermi a dire la mia dopo la visione della fiction “De André – Principe libero”, targata Rai.

Avrei preferito vederla al cinema, durante una delle due date in cui era stato proiettato in sala ma non ho potuto. Così ho atteso che lo trasmettessero in Tv, come lo spettatore-medio-rai che attende una nuova puntata di Montalbano o Don Matteo, ma in questo caso con una certa ansia, devo ammettere. Ansia dettata dal fatto che il progetto di un film sulla vita e le opere del cantautore genovese lo desideravo da molto tempo, sperando di vederlo realizzato prima o poi. E nonostante le critiche entusiastiche e la possente campagna pubblicitaria che lo hanno preceduto, non mi è mai mancato il timore di una cogente delusione. Timore parzialmente realizzatosi.

Già, perché chi ama (l’artista) De André come lo amo io (e siamo in tanti), chi apprezza le sue canzoni e i suoi versi, chi da sempre lo ascolta approfondendone il significato e la poetica, chi ne conosce la vita e le storie, chi addirittura lo ha elevato a maestro di vita, ha assistito a un racconto superficiale e pressoché sterile, costellato di spazi vuoti e pezzi mancanti.

Il film in sé è impacchettato bene: interessanti le ambientazioni, discreta la fotografia, meravigliosa (ovviamente) tutta la colonna sonora, buone le interpretazioni (credibilissimo Gianluca Gobbi nei panni di Paolo Villaggio), ottima quella di Luca Marinelli che, a parte l’accento, ha portato sullo schermo un De André molto realistico, rappresentando perfettamente l’uomo, il padre, il marito e il cantante, ma non il cantautore, non il poeta, non il genio.

Certo non è mancata una certa emozione nell’osservarne le movenze, nel vederlo e immaginarlo nel suo privato, quello del suo rapporto con le donne, col padre, con i figli, con gli amici fidati, con le paure, con le ansie, con l’alcool e le sigarette (che poi tanto private non erano).

Ma dov’era il rapporto con la musica (a parte alcuni momenti, come quello della chitarra regalatagli dal padre quando era un ragazzo)? Dov’era il rapporto con la poesia e con gli autori che gli furono d’ispirazione? Dov’era il momento della creatività (o della creazione)? Dov’erano i personaggi che lo accompagnarono nella vita artistica e collaborarono con lui? Dov’era la politica, l’anarchia? Dov’era lo sguardo critico e compassionevole? Dov’era l’attenta ricerca della bellezza e della profondità? Dov’erano i protagonisti delle sue liriche: gli ultimi, gli emarginati, i transessuali, gli indiani d’America, i condannati a morte, le prostitute? Dov’era Bocca di Rosa che portava l’amore? Chi era il Suonatore Jones con il suo flauto spezzato? Perché non abbiamo mai visto gli occhi color di foglia della puttana di Via del Campo?

Quando si affronta un personaggio tanto complesso e ricco di sfaccettature, il rischio di semplificare e sintetizzare, anche per questioni narrative e temporali, è fisiologico; ma ridurre tutto quello che c’era da dire a 193 minuti di biografia sbiadita, patinata e smussata negli spigoli più pungenti e controversi (come mamma Rai comanda), è un danno alla memoria di un personaggio che ha segnato la cultura di questo Paese, non solo nella sua epoca, ma anche in rapporto alle produzioni successive, perché divenuto mito, modello artistico assoluto.

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità” (da Smisurata preghiera).

di Francesco Giamblanco

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