“Era ubriaca”, “L’ha provocato”, “Era vestita così”, “Per arrivare lì chissà cosa è stata disposta a fare”, “Sta con lui solo per i soldi”, “È tutta rifatta”, “Sembra una troia”, “Se l’è cercata”.

Sì, vivo in un Paese in cui quotidianamente sento pronunciare frasi di questo tipo. Frasi con cui si descrive, deride, critica e insulta il genere femminile, e grazie alle quali spesso si giustificano le umiliazioni, le discriminazioni e la violenze che esso subisce. Frasi che sento pronunciare ovunque: al bar, per strada, in ufficio, in Tv, in Parlamento; che leggo scritte ovunque: sui muri con gli spray, sui social, nei diari delle medie, sui titoli di certi giornali.

Vivo in un Paese che retribuisce meno la donna rispetto all’uomo (a parità di lavoro), in un Paese che non assume o licenzia in vista di (o durante) una gravidanza, in un Paese che conta un numero estremamente basso di donne in politica, nella finanza, nelle istituzioni religiose e in tutti i posti di potere in generale.

Vivo in un Paese in cui l’inferiorità è ammessa a tutti i livelli, anche quelli apparentemente più innocui: la moglie che chiede i soldi al marito per poter fare la spesa, la ragazza che non può uscire da sola la sera perché se no gli altri chissà cosa pensano, la madre che sacrifica tutta se stessa per il figlio.

Vivo in un Paese in cui sin da bambini si è educati (silenziosamente, impercettibilmente, inconsapevolmente) al maschilismo e alla misoginia: perché, come lo vuoi chiamare un Paese che nel suo dizionario non ha l’equivalente maschile di “puttana” e che nelle sue chiese non ha una femmina che celebra la messa?

Un Paese in cui la donna è oggetto di invidia, gelosia, giudizio, frustrazione, desiderio sessuale, maltrattamenti; un Paese in cui la donna è oggetto e basta, nel senso “proprietaristico” del termine.

 

Poi un giorno leggi che una ragazza è sparita ed è stata ritrovata cadavere, che è stato il suo “fidanzatino”. E resti allibito, scioccato, schifato. Ma sai bene che non è un caso isolato, che succede più spesso di quanto si possa immaginare. Per la precisione: ogni due giorni. Nel senso che ogni due giorni una donna viene ammazzata dal proprio compagno.

E capisci che vivi in un Paese in cui, irrimediabilmente, la data sul calendario non coincide col tempo che stai percorrendo; perché 4000 stupri e 150 omicidi di donne in un solo anno devono obbligarti a porti delle domande.

Peccato però che le risposte le sai già, sono scritte a caratteri cubitali ovunque: nelle frasi, nelle abitudini, nelle canzoni, nei racconti, nei gesti, negli sguardi, nelle leggi, nei film, nelle omelie, nelle barzellette, negli scongiuri, nelle promesse, nelle raccomandazioni, negli insulti, nelle paure, nelle risate di tutta la tua vita, dalla culla ad ora che stai leggendo queste righe, su cui, forse, rifletterai un po’, per poi chiudere tutto e tornare alla quotidianità.

 

Francesco Giamblanco

 

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