In principio fu il bla bla bla.

De André, “Khorakhané (A forza di essere vento)”: il senso dietro le parole

De André, “Khorakhané (A forza di essere vento)”: il senso dietro le parole

Il 18 febbraio 1940 nasceva il grande Fabrizio De André. Così, per ricordarlo e raccontarlo, ho scelto di fermarmi a riflettere su uno dei suoi innumerevoli capolavori, la bellissima e attualissima Khorakhané (A forza di essere vento), inserita in Anime salve del 1996.

La canzone si intitola Khorakhané (che è una tribù rom di matrice serbo-montenegrina) e porta uno splendido sottotitolo rivelatore: A forza di essere vento. Cantata con l’apporto, nel finale altissimo in lingua rom, di sua moglie Dori nel disco e della figlia Luvi nei concerti dell’ultima tournée, Khorakhané è uno degli ultimi manifesti – autoritratti del figlio del vento De André.

Faber descrive un popolo senza una vera casa e perciò esente da vincoli economici, sociali, politici morali; un popolo che ricorda la storia biblica dell’Esodo, di Abramo in cerca di una terra nuova e promessa, che si fida di Dio e abbandona le certezze del presente per una strada carica di futuro: e non per tornare a casa, come fa Ulisse in cerca di Itaca, ma per trovare una nuova casa conservando intatto il  senso di precarietà del cammino; un popolo senza religione, che si adatta alle fedi delle terre che attraversa (“porto il nome di tutti i battesimi ogni nome il sigillo di un lasciapassare”); un popolo che custodisce  il senso delle cose che contano – certo che rubano, ma mai tramite banca, disse sarcastico una volta De André –  e che conosce il valore del tenere con sé le cose preziose (“un diamante nascosto nel pane”).

Il significato generale del brano è racchiuso nella metafora della vita come il viaggio di uno zingaro, che parte senza meta, così come il destino dell’uomo non è la meta ma il senso del viaggiare, che è la sua ragione ultima (“per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio viaggiare”).

L’ammirazione per lo spirito libero di quel popolo diventa tenerezza infinita per le sue figlie (“ora alzatevi spose bambine che è venuto il tempo di andare, con le vene celesti dei polsi, anche oggi si va a caritare”), in cui il bellissimo verbo “caritare” nobilita l’esercizio del mendicare.

Chi può giudicare i figli del vento? Chi ha il diritto di lapidare le spose bambine? De André li assolve tutti: sia per giusta causa (“un filo di pane”, splendida immagine dello stretto necessario, del diritto alla sopravvivenza); sia perché il vento non si può imbrigliare e soffia dove vuole; sia perché giudicare è semmai una prerogativa divina (“ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio“).

 

Qui di seguito, il link al video su Youtube e il testo per intero:

 

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio 
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Čvava sero po tute (Poserò la testa sulla tua spalla)
i kerava (e farò)
jek sano ot mori (un sogno di mare)
i taha jek jak kon kašta (e domani un fuoco di legna)
vašu ti baro nebo (perché l’aria azzurra)
avi ker. (diventi casa).

kon ovla so mutavla (chi sarà a raccontare)
kon ovla (chi sarà)
ovla kon aščovi (sarà chi rimane)
me ğava palan ladi (io seguirò questo migrare)
me ğava (seguirò)
palan bura ot croiuti. (questa corrente di ali).

 

di Francesco Giamblanco

FONTI:

  • Guido Michelone – Fabrizio De André: la storia dietro ogni canzone, Barbera Editore
  • Paolo Ghezzi – Il Vangelo secondo De André, Ancora Editore

 

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