“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità; si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, e ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché negli uomini e nelle donne non si insinuino più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore“.

 

Sono parole celebri, forse ormai abusate. Eppure non è mai abbastanza rileggerle, ricordarle, ripeterle, come un mantra. Perché il nostro Paese dimentica con troppa facilità, o perché spesso ignora gli esempi del passato: di uomini che hanno levato alta la voce, affidandola a un programma radiofonico; che l’hanno incisa indelebilmente su una lapide, nella data di una morte prematura; che l’hanno sentita echeggiare, emozionante, nel buio di una sala.

 

Perché la memoria è la via attraverso la quale quella voce non smetterà mai di urlare frasi cariche di speranza, di coraggio, di giustizia.

 

Perché ogni volta che qualcuno di noi pronuncerà le parole, anch’esse ormai celebri e abusate, “La mafia è una montagna di merda”, lo farà perché esse un giorno furono pronunciate per la prima volta e rese immortali, dal più grande dei sacrifici.

 

Grazie Peppino (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978).

 

Francesco Giamblanco

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