A quelli che ogni giorno aspettano una telefonata per una supplenza.

A quelli che cambiano le lenzuola degli hotel, nel segreto di quelle stanze.

A quelli che d’estate raccolgono i pomodori che nessun altro vuole raccogliere.

A quelli che brindano all’invio del centesimo curriculum.

A quelli che sono emigrati e contano gli anni per poter tornare a casa.

A quelli che studiano per il concorso, perché è l’unica speranza.

A quelli che “non ci sono più concorsi!” e hanno perso la speranza.

A quelli che attendono il decreto, la riforma, il ricorso, la sentenza.

A quelli che “lavorare in fabbrica era un lusso”.

A quelli che lo fanno in nero.

A quelli che hanno smesso di farlo.

A quelli che andranno in pensione a 70 anni.

A quelli che “si sono dimenticati di noi!”

A quelli che credono alle vecchie promesse, dei futuri governi.

A quelli che pescano, e temono i pirati, le onde e il mercato.

A quelli che panificano di notte.

A quelli che pianificano di notte e di giorno.

A quelli che “niente contributi e niente ferie è meglio che niente”.

A quelli che “come le paghiamo le bollette questo mese?”

A quelli che hanno messo il cappio al collo.

A quelli che hanno smesso di cercare.

A quelli che sono venuti in Italia per cercarne uno.

A quelli che sono fuggiti dall’Italia e ne hanno trovato uno.

A quelli che cuciono, stirano, zappano, scrivono, calcolano,

cantano, guidano, lavano, cucinano, saldano, servono, dirigono.

A quelli che sognano.

Agli uomini,

alle donne,

agli italiani,

agli stranieri,

ai lavoratori,

ai disoccupati,

ai pensionati,

agli esodati,

agli abili,

ai meno abili.

A tutti loro, a tutti noi, buon primo maggio.

 

(Francesco Giamblanco)

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