In principio fu il bla bla bla.

“Sono tornato”: perché non meritiamo un film così

“Sono tornato”: perché non meritiamo un film così

Scrivere di “Sono tornato”, film che racconta il ritorno di Benito Mussolini nell’Italia del 2017, all’indomani dell’attentato di stampo fascista di Macerata, è quasi una responsabilità, una specie di dovere morale. Perché si avverte il peso e la necessità di doverne sviscerare il senso e confrontarlo con la cronaca.

Dopo “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, il regista Luca Miniero torna a dare un “benvenuto”, al duce, che dall’aldilà (letteralmente piombando giù dal cielo) torna al presente, fermamente convinto che la provvidenza gli stia dando una seconda opportunità per sistemare le cose e rifare l’Impero.

L’idea di partenza, grottesca seppur brillante e ricca di potenzialità, non è originale: il film è infatti il remake all’italiana della commedia tedesca del 2015 “Lui è tornato” (Er ist wieder da) diretta da David Wnendt e basata sull’omonimo romanzo di Timur Vermes, in cui si immagina e si sviluppa l’ipotesi del ritorno del führer nella Germania di oggi.

Nella versione nostrana, il bacino di idee a cui attingere per sviluppare al meglio il racconto è molto ricco (siamo pure in piena campagna elettorale), si presentava dunque un’importante occasione per realizzare un ritratto attuale e satirico dell’Italia e degli italiani.

Purtroppo però, l’occasione è stata persa: “Sono tornato” è un film riuscito a metà. A metà per quel che riguarda la sceneggiatura e la recitazione, e soprattutto per quel che riguarda le sensazioni che lascia addosso (come piccoli tarli nel cervello) uscendo dalla sala: di profonda insoddisfazione e di inquietante ambiguità, quasi di fastidio. Un fastidio che sarebbe stato estremamente naturale se il film avesse usato (come avrebbe dovuto) un linguaggio forte, sarcastico e pungente; in tal caso, invece, deriva proprio dalla mancanza di tutto ciò, dall’assenza di una scrittura capace di divertire, di far riflettere e di indignare raccontando un’ideologia, un contesto sociale, un momento storico, come una buona commedia all’italiana dovrebbe fare.

In “Sono tornato” tutto si riduce alla descrizione (a momenti macchiettistica) della figura del leader, spesso umanizzata, dispensatrice di saggezza e pericolosamente degna di ammirazione. L’interpretazione di Massimo Popolizio è teatrale (in senso positivo) e rimanda alle movenze e agli sguardi del vero “lui”, mostrandone anche la goffaggine del muoversi nel mondo contemporaneo (tra auto, pc, smartphone, selfie, media e televisioni); però la sceneggiatura non gli è d’aiuto: si esprime infatti per citazioni, come se gli autori si fossero limitati a un misero copia e incolla da una pagina di Wikiquote. Sempre in tema di recitazione, invece, andrebbe steso un velo pietoso sulle performance degli altri interpreti, e su tutti quella di Frank Matano che, a parte alcuni momenti comici discretamente riusciti, mancano di credibilità laddove il film prova ad assumere toni vagamente drammatici; anche una delle scene che avrebbe potuto offrire una buona dose di pathos all’opera, il confronto col duce dell’anziana nonna reduce da Auschwitz (la brava Ariella Reggio), è purtroppo completamente slegato dal contesto, oltre che ovvio e prevedibile all’inverosimile.

Sono tornato” avrebbe potuto essere ma non è stato: difetta infatti di un preciso e delineato punto di vista autoriale (immancabilmente politico), non propone alcuna critica, non racconta nulla di nuovo sul piano antropologico e cinematografico, non sperimenta, non osa, non sfida. Anzi lascia in bocca l’amaro, oltre che per un lavoro incompleto e mal riuscito, per la visione spicciola e semplicistica che dà degli italiani di oggi: tutti ignoranti, analfabeti, webeti (piacevole è il cameo di Enrico Mentana), affamati di tv spazzatura, acritici, capaci solo di guardare al carisma del capo senza sviscerarne minimamente il pensiero. Un vero e proprio colpo basso all’intelligenza degli spettatori che, su un tema tanto delicato e attuale, meritavano maggiore impegno, profondità e rispetto, in particolare quegli italiani che non sono così come vengono descritti, perché del fascismo di ieri e di oggi hanno un’idea precisa, lo considerano un crimine da ripudiare e ostacolare (nel suo odierno rinascere), e non un giochino da reality show o da candid camera coi volti pixellati.

Lo spettatore meritava di vedere meno braccia alzate nel saluto romano e più dissenso, più memoria, più paura e forse più speranza. Non pretendevo di certo un film moralista, didattico o etico, ma che suscitasse curiosità, che raccontasse di più di quel che sappiamo già, che non si appiattisse su stereotipi e banalità di ogni genere, che si rivolgesse a un pubblico numeroso, variegato, complesso e acuto, diverso dal ritratto angusto e sfumato degli italiani che ha rappresentato con superficialità sul grande schermo.

 

Francesco Giamblanco

 

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