In principio fu il bla bla bla.

Le 9 “italiane” più brutte di sempre

Le 9 “italiane” più brutte di sempre

 

Italia terra di santi, navigatori, poeti, geni e artisti. Ma anche di orrori e figuracce. Ecco una breve lista di alcune delle “opere” (italiane) dell’ingegno umano (tra le) più brutte di sempre, secondo quanto si percepisce leggendo e navigando sul Web.

 

 

1) Duna Fiat.

È un’automobile prodotta dalla FIAT in Sudamerica dal 1985 al 2000. Fu importata anche in Europa tra il 1987 e il 1991. È rimasta nella storia per il suo design, dalla linea così brutta e sgraziata che era quasi impossibile da concepire. Non un’auto di merda, bensì “l’auto di merda” per antonomasia: così l’ha definita il blog autodimerda.blogspot.it.

 

2) Torre Velasca.

È un grattacielo di 26 piani di Milano, realizzato nel 1957. Il nome deriva dalla piazza in cui si trova e fu progettata dallo Studio BBPR su incarico della società Rice, con la collaborazione dell’ingegner Arturo Danusso. Il Daily Telegraph l’ha inserita nella lista dei ventuno edifici più brutti del mondo. Vittorio Sgarbi ha dichiarato: “È il paradigma della civiltà dell’orrore, ma i milanesi la guardano come il figlio brutto a cui vogliono bene comunque“.

 

3) Pizza Margherita rivisitata da Carlo Cracco.

È una delle novità del nuovo ristorante aperto a Febbraio 2018 in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Contiene diversi cereali combinati alla farina per renderla croccante (e scura) e la salsa di pomodoro è più densa: assomiglia al ragù. Inoltre, la mozzarella (di bufala) è aggiunta a crudo. Probabilmente è buona, come le intenzioni dello chef. Ma costa 16 euro, è innegabilmente brutta e ha fatto imbestialire i cultori della vera pizza napoletana (patrimonio Unesco). Scrive su Twitter Laura V: “La pizza Margherita di Cracco è talmente brutta che ora si chiama pizza Mariangela“.

 

4) Alex l’ariete.

È un film del 2000 di Damiano Damiani, interpretato da Alberto Tomba e Michelle Hunziker. Con un montaggio approssimativo, una trama superficiale e una pessima prova attoriale, venne bocciato sia dal pubblico che dalla critica. Viene oggi considerato un film di culto nell’ambito del cinema trash.

 

 

5) Vorrei avere il becco.

È una canzone di Giuseppe Povia che, incredibilmente, vinse il festival di Sanremo nel 2006. Il messaggio che voleva trasmettere non era malvagio ma la metafora dei piccioni, uccelli brutti, sporchi e non particolarmente amati, andava sicuramente evitata. Per non parlare del loro verso che il cantante riproduce nel corso della canzone: brividi!

 

 

6) Spelacchio.

È l’appellativo dato sui social network all’albero di Natale che il comune di Roma ha installato in piazza Venezia, nel centro della città, per celebrare il periodo delle festività 2017. Alto 21 metri e decorato con 600 sfere e tre chilometri di luci a led, è diventato il bersaglio di tutti, per il suo aspetto: storto, spoglio, brutto, malaticcio e, appunto, spelacchiato. Per non parlare del fatto che pare sia costato circa 40.000 euro.

 

7) L’abito indossato da Daniela Santanché durante la prima della Scala di Milano nel 2015.

Non è passato di certo inosservato. Composto da una lunga gonna a vita alta in taffetà verde brillante con camicia bianca, papillon e stola di pelliccia verde. Basta dare un’occhiata alla foto per comprendere le reazioni: “E’ un Arbre Magique”, “No, è una campana per la raccolta differenziata del vetro”, e qualcuno parafrasando i titoli di Libero, ha aggiunto: “Bastardi stilisti!“.

 

8) Il Monumento a Giovanni Paolo II.

È una scultura realizzata da Oliviero Rainaldi. L’opera è stata inaugurata a Roma nel 2011 in Piazza dei Cinquecento ed è stata donata alla città. Ha suscitato non poche polemiche: testa piccola e corpo grande, volto irriconoscibile e per niente somigliante. “Squarciata dal vento che la fa somigliare a una tenda aperta o, come ha detto qualcuno, a una campana“. Ma il peggio è che la sua singolare forma ha permesso che venisse utilizzata come riparo e, peggio ancora, come orinatoio.

 

9) Ti voglio bene.

È il libro-raccolta di poesie pubblicato nel 2017 dal web influencer Francesco Sole. Su un blog del Corriere della Sera viene definito come il “libro di #poesie più brutte del millennio (milioni di clic possono rendere bella una poesia? No, se è peggio che brutta, bensì sciatta)”. E se avete dei dubbi, ecco alcuni versi: «Anche stasera / puntuale come un orologio svizzero / arriva l’ora in cui mi manchi»; «I tuoi occhi mi hanno fregato / Sì, quel paio di occhi / in cui dentro vedo di tutto»; «Quando ho il morale sottoterra / mi riporti all’ultimo piano / sull’attico della felicità».

 

Che ne dite? Siete d’accordo? Cosa ho dimenticato?

Francesco Giamblanco

 

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