In principio fu il bla bla bla.

Da Montecitorio al Grande Fratello: l’epopea del brutto

Da Montecitorio al Grande Fratello: l’epopea del brutto

Il Grande Fratello io non lo guardo, ci tengo a precisarlo subito. Perché sono radical chic, direte voi. No. Perché non mi piace, vi assicuro io.

E non l’ho mai guardato. Forse qualcosa delle prime edizioni, per curiosità, non per interesse; perché era ancora vergine, era intrattenimento leggero, raccontava storie, seppure puzzava già un po’ di spazzatura, quella a cui ci ha poi abituati la televisione, tutta, negli ultimi vent’anni e oltre.

In questi giorni non posso fare a meno di leggerlo ovunque: “L’ultima edizione del Grande Fratello (la quindicesima) è la più trash di sempre”. Non a caso è condotta dalla regina assoluta e indiscussa del genere: sua “maestà” Barbara d’Urso.

Non so esattamente cosa stia succedendo lì dentro, non ho visto neanche una clip, eppure ho letto di personaggi sopra le righe, di liti furiose, di comportamenti volgari e aggressivi, da cui sono dipese eliminazioni, proteste social e addirittura, forse per la prima volta nella storia della tv, la fuga degli sponsor. Sì, perché nonostante gli ascolti altissimi, anche le grandi aziende stanno facendo un passo indietro, rifiutandosi di associare il loro marchio a quel postribolo che alimenta quotidianamente la discarica mediatica.

E d’altronde, la cosa non mi stupisce, a cominciare dall’incredibile audience. Pochi giorni fa la conduttrice dichiarava fiera: “Abbiamo battuto la docufiction su Aldo Moro: abbiamo fatto il botto”. Brividi.

Milioni di persone, dunque, dedicano delle ore a guardare e commentare (anch’io oggi, diversi minuti, per la scrittura di questo post) i risvolti interni ed esterni della casa (ahimè) più famosa d’Italia. Perché? Cosa c’è di attrattivo?

Anche se non sono affatto d’accordo con chi ritiene che in fondo non sia altro che lo specchio della realtà (il mini-riflesso della nostra società), è palese che nel tempo, anno dopo anno, edizione dopo edizione, si è abbassato il livello di tollerabilità del brutto, ci siamo abituati al peggio, e non solo davanti agli schermi televisivi che trasmettono programmi kitsch e fiction di bassa manifattura: ci siamo adeguati a linguaggi ed espedienti comunicativi (linguistici e visivi) che trent’anni fa sarebbero apparsi osceni, violenti, pornografici, censurabili; non nel senso esclusivamente “sessuale” del termine, ma nel senso del superamento degli standard convenzionalmente consentiti.

Per fare un esempio: atti discriminatori, violenti, insulti e brutture di ogni genere oggi sono diffuse ad ogni livello e in ogni ambiente, esponenzialmente moltiplicate dai moderni strumenti di comunicazione: non ne è esente neanche la Politica, pure all’interno delle sedi istituzionali. Anzi, ne rappresenta l’aspetto più problematico e spaventoso.

Per cui, se non è affatto vero che la sintesi della nostra società si riassuma in un gruppo di “nuovi mostri” dalle caratteristiche assurde e dai comportamenti esasperati, è vero che quel manipolo di personaggi è ciò che la nostra società non disdegna di guardare, per incultura, per malsana abitudine, perché “tanto anche il Parlamento non è poi così diverso”.

E forse, pure per l’effetto finale che ne deriva, un misto tra piacere e mesta soddisfazione: guardarli dall’alto in basso e sentirsi migliori di loro.

 

Francesco Giamblanco

 

Leggi anche:

Cosa mangiano gli italiani? I 10 piatti preferiti

Italiani che odiano le donne

Condividi

Comments

comments



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


error: Se vuoi condividere i contenuti usa i tasti di condivisione o scrivici a info@sequestoèunblog.it