In principio fu il bla bla bla.

Lettera aperta a noi giovani sfigati

Lettera aperta a noi giovani sfigati

Questo non è un rapporto sulla disoccupazione giovanile o sulla precarietà, un’analisi sull’alta percentuale di emigrati o sul drastico calo delle nascite. Basterebbe fare un giro tra le maggiori testate giornalistiche per farsi un’idea del drammatico quadro generazionale.

Il mio intento è quello di rivolgermi direttamente a te, giovane millennial, baby boomer, Y generation, o in altri termini: giovane sfigato. Perché sì, lo sappiamo tutti, i nati tra gli anni ‘80 e primi anni ‘90 sono giovani ma soprattutto sfigati.

Sei cresciuto con lo slogan del “siate affamati, siate folli”; ti sei nutrito di pane, lasagne, torte al cioccolato, bistecche (ai tempi la parola “vegetariano” la conoscevano in tre in tutta Italia), Coca-Cola, merendine, e tanto, tanto ottimismo. Insomma, se i tuoi nonni avevano la carne in tavola una volta al mese, tu, incoscientemente, ogni giorno… perché dovevi crescere e diventare più alto del cugino più alto.

Dovevi essere il primo della classe, il primo della squadra di calcetto, il primo a danza, il primo al conservatorio, il primo al corso di inglese o al corso di canto o a quello di teatro. Dovevi raggiungere ogni giorno la vetta più alta prima che lo facesse il compagno di banco; dovevi socializzare a tutti i costi: lavori di gruppo, balli di gruppo, giochi di gruppo, studio di gruppo, progetti di gruppo, canne di gruppo… poveri timidi e introversi, che faticaccia.

Ed eccoti oggi, con tutte quelle aspettative tramutate in repentine delusioni, con tutta quella inutile palestra sociale, dato che ormai di “sociale” ci sono solo i network, con tutto quel bagaglio di ore tra i banchi scolastici ad assimilare tanta cultura mentre tra quelli parlamentari si compie l’eccidio della stessa.

Eccoti qua con la tua laurea (utile ad arredare la stanza in cui svolgi il tuo hobby che è diventato l’unica fonte di guadagno), con i tuoi master, i tuoi tirocini, gli stage e i tanti lavoretti part time e in nero.

Eccoti a 30 anni, precario o disoccupato, single o “peggio” fidanzato e con il dilemma “mi sposo o non mi sposo? E con i soldi di chi? Ma per fare cosa?”, più disorientato di quando ne avevi 18, più spaventato di quando ne avevi 6, e più deluso di quando a 9 anni hai scoperto che il tizio travestito da Babbo Natale era tuo padre.

E adesso? Adesso ti tocca non arrenderti. Lascia perdere chi ti chiama bamboccione, non curarti di chi ti reputa un fannullone, ma guarda, respira forte, sorridi, fai il gesto dell’ombrello di sordiana memoria e poi, con molta nonchalance, passa.

Qualcuno ha detto che si inizia a vivere a 30 anni. Questa è l’età in cui hai due scelte davanti: subire o agire. Vuoi continuare a recitare la storia del posto fisso? A provare tutti i concorsoni con 300.000 partecipanti per soli 80 posti? A sentirti dire “Quando ti sistemi? Quando ti sposi? Quando fai un figlio?” A piangerti addosso inzuppando quella pergamena tanto sudata e conquistata? A desiderare che qualcuno realizzi i tuoi desideri come il genio della lampada faceva con Aladdin?

Oppure, puoi riprenderti quello che ti spetta.

Riprenditi la politica. Vota, e se non ti senti rappresentato, partecipa, organizza, lavora, progetta, candidati. Ma fallo con intelligenza, cultura, onestà, umiltà e gentilezza.

Riprenditi il lavoro. Inventa, sviluppa un’attività, socializza, crea una rete. Ovvio, inizialmente farai la fame (tanto, con tutte quelle merendine, hai abbastanza risorse energetiche da qualche parte nel tuo organismo); i soldi investiti saranno più di quelli guadagnati, ma a 30 anni (i 20 di una volta) vale la pena rischiare. E se qualcosa andrà storto, ci hai comunque provato, hai fatto un’esperienza, prima o poi tornerà utile.

Riprenditi la fiducia in te stesso. Non la fiducia che pensavi di avere da ragazzino, quella del “Niente è impossibile” o quella del “Yes, I can”; no, l’ottimismo accecato è incoscienza. Intendo l’autostima: un bene raro, da coltivare con tanta cura e con molta dedizione. L’autostima è la valutazione che hai di te stesso, e se oggi è un 5, non aspettarti che qualcuno ti dia un 10, ma chiediti “Rendo davvero da 5? Cosa posso fare per far sì che quel 5 diventi un 6… e pian piano un 7… e così via?”; l’autostima non è un premio dato da altri per quello che sei, ma è un’opinione che hai di te stesso per quello che fai.

Riprenditi la cultura. È vero, hai trascorso 30 anni sui libri. E quindi? La conoscenza non ha un termine, i più grandi studiosi si aggiornano quotidianamente e non smettono mai di imparare. Dunque interessati a un argomento, approfondiscilo, rendilo tuo. Rileggiti tutte quelle cose che probabilmente non hai pienamente apprezzato a 16 anni: La Divina Commedia, le opere di Kant, i poemi di Leopardi, le critiche ai quadri di Dalì, gli articoli della Costituzione. Chissà se oggi, con gli occhi di chi ha vissuto il mondo 15 anni in più, quegli scritti e quelle opere avranno un fascino maggiore.

Riprenditi il coraggio e la pazienza. Il coraggio di osare e di tentare. La pazienza nel ritentare, e ritentare ancora, come la pazienza che ebbe Thomas Edison dopo i migliaia di tentativi per migliorare la sua lampadina.

Riprenditi la vita. “Quando ti sistemi?” Probabilmente tardi o molto probabilmente mai. Cosa vuol dire “sistemarsi”? Abitare in 60mq? Avere un garage? Avere un lavoro stabile? Stare fisso nella stessa poltrona, dello stesso ufficio, dello stesso edificio, con le stesse persone per oltre 40 anni? Meglio mai che tardi (perdonami lo stile new age, ma in questo caso è meglio fare come la volpe, perché quell’uva è inesistente, purtroppo o per fortuna). “Quando ti sposi?” Ovvio, quando conoscerai qualcuno di cui ti innamorerai, di cui apprezzerai tanti aspetti e ne odierai tanti altri ma, per amore, questo e altro… (che poi, saranno pure fatti tuoi). “Quando farai un figlio?” Quando te la sentirai, e arriverà quel momento in cui vi guarderete negli occhi e direte “Compriamo una culla”, oppure, come spesso accade, quando arriverà la svista ed eccovi a correre a comprare una culla; oppure niente culla, “per adesso prendiamo un cane”.

Caro giovane sfigato, diciamoci la verità, così sfigato in fondo non sei. Sei solo il figlio di un tempo liquido e incerto che muove i suoi passi in un mondo confuso e imperfetto; sei solo disorientato. Ma lì, da qualche parte, la tua bussola c’è e funziona benissimo, seguila, avventurati: hai tutta la vita davanti, hai tanti errori da fare e tante piccole mete da raggiungere. Sottolineo “piccole”, quelle surreali e mastodontiche lasciamole agli spot allucinogeni degli anni ‘90.

di Virginia Avveduto

 

“Non vi sono facili scorciatoie, né serve alcuna fuga dalla realtà. Ma non è certo il tempo, non è mai il tempo per rinunciare alla lotta, per chiudersi nel proprio particolare. È più che mai il tempo invece per riprendere fiducia e coraggio, per impiegare l’una e l’altro razionalmente, usando le armi della conoscenza storica e scientifica e lottando in modo organizzato.” (Enrico Berlinguer, dalla relazione al XIV Congresso del Pci, Roma, 18 marzo 1975)

 

 

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