In principio fu il bla bla bla.

Il rumore del ponte che crolla

Il rumore del ponte che crolla

A poche ore dal crollo del Ponte Morandi di Genova, ho scritto un tweet dettato dalla rabbia, dalla concitazione, dalla confusione del momento, dall’esigenza di urlare a tutti che non si era trattato di un incidente e che era subito chiaro che ci fossero delle responsabilità, un tweet che esprimeva in un banale gioco di parole un contenuto a mio avviso satirico, o ancor meglio sarcastico: “Invece di chiudere i porti, mettete in sicurezza i ponti”.

Un tweet di cui parlo al passato perché non esiste più, perché dopo pochi minuti, durante i quali aveva ottenuto un buon numero di cuori, condivisioni e commenti, l’ho cancellato. L’ho cancellato in preda al dubbio, anche suggerito dall’enorme numero di critiche e insulti ricevuti, che fosse sbagliato, perché inopportuno, volgare, fuori luogo, fuori tempo (ossia prematuro).

Perché l’ho scritto? Di certo non intendevo fare un’associazione diretta tra i porti e i ponti, infrastrutture con funzioni diverse e collegate a questioni socio-politiche non assimilabili in alcun modo tra di loro.

Non intendevo affatto accusare Salvini, o Toninelli, o i Benetton, o sciacallare in alcun modo sulla tragedia (come in molti hanno pensato, fraintendendo le mie parole); la mia “battuta” era mirata a denunciare il fatto che, nel nostro Paese, certe problematiche, come quella della messa in sicurezza delle infrastrutture e del territorio, vengono a galla solo in occasione di stragi, incidenti e crolli, diventano di dominio pubblico solo di fronte ai morti, se ne parla soltanto mentre i corpi sono ancora caldi: per il resto del tempo rimangono fuori dai programmi di quasi tutti i partiti politici, completamente ignorate durante i dibattiti e le campagne elettorali.

In tal senso i porti rappresentano l’argomento del momento, quello che va di moda, quello che distrae dai problemi atavici dello Stivale. In tal senso i porti sono il simbolo di un Paese affossato dall’eterna propaganda (e non mi riferisco solo a quella attuale e scoppiettante del governo giallo-verde), figlia di una classe politica superficiale, sorda, abitualmente a corto raggio, sempre a breve termine.

Non volevo tirar fuori giudizi o anatemi, non sono un ingegnere, non sono un costruttore, non conosco la storia di quel ponte, del suo appalto, delle sue concessioni, della sua manutenzione, e mai (addirittura nel bel mezzo del dramma) oserei sentenziare, non ne sono capace.

Così ho cancellato il tweet non perché non credo nelle mie idee, l’ho cancellato per rispetto dei morti, per rispetto di chi mi legge, per rispetto di un Paese che vede, sia al governo che all’opposizione, il mega partito degli indici puntati, dell’irresponsabilità, della ruberìa, della distrazione, della cecità verso il futuro.

L’ho cancellato perché ho capito che, pur pensando di possedere l’opinione giusta, non sono tenuto a esprimerla, seguendo l’impeto, mentre ancora si scava sotto le macerie, aggiungendo rumore al rumore. Sono già in troppi a farlo, e non voglio far parte di questo circo.

Un tweet non scritto equivale a tacere, e spesso tacere non significa codardìa, significa riflessione, attenzione, rispetto.

Un tweet cancellato equivale a un mea culpa, io ho fatto il mio, invito voi a fare il vostro.

 

di Francesco Giamblanco

 

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