In principio fu il bla bla bla.

Mi hai messo in bocca tutte le parole, tranne una: mamma

Mi hai messo in bocca tutte le parole, tranne una: mamma

Madre, Mater, Mother, Mathair, Mutter, Mère, Matb, mati, mae, mate, mor.

La parola Madre deriva dall’accusativo latino Matrem. Il termine deriverebbe dalla radice sanscrita (della famiglia indoeuropea) – ovvero MISURARE.

Da una semplice consonante -M- si possono scrivere pagine e pagine che raccontano la storia delle lingue indoeuropee.

Come scrive Rendich Franco nel dizionario etimologico delle lingue indoeuropee: “Tutto ciò che esiste al mondo ha un “limite” e una “misura”. Per rappresentare queste nozioni gli indoeuropei scelsero il suono della consonante m. Con essa fu costruita la radice verbale , “misurare” appunto.

Da derivano i termini “materia”, ovvero “sostanza definita da un limite”; “misura”, ovvero “che determina un limite”; “madre” ovvero “colei che si occupa dei limiti della vita umana”. Poiché tutto coincide con ciò che è limitato, mātr era colei “che si prende cura di tutto l’esistente”.

In latino e in greco il significato della radice  si sviluppa (in senso morale e mentale) nelle forme med/mad e med/mel che esprimono il concetto di “occuparsi”, “curarsi di”, “medicare”, nonché quello di “riflettere”, “studiare”, “meditare”.

La madre indoeuropea era imparziale e misurata, doveva occuparsi di tutto ciò che ha un inizio e una fine. La madre doveva occuparsi della casa e apparire virtuosa. E da qui, dalla magia e dal fascino dell’etimo di una parola, alle storie di donne viste come grembi da possedere senza alcuna libertà, il passo è breve. Donne, prima che madri, il cui destino di vestali o genitrici era deciso da altri.

Come racconta Tito Livio nella leggenda di Romolo e Remo: Rea Silvia, figlia di Numitore e discendente di Enea, venne costretta dallo zio Amulio a diventare una sacerdotessa della dea Vesta, obbligandola quindi alla castità per 30 anni, per impedirle di avere una discendenza.

Livio riporta che in seguito Rea Silvia venne stuprata, ma per rendere il fatto meno turpe, ne attribuì la responsabilità al dio Marte. Quando Amulio seppe della nascita dei due gemelli, la fece uccidere, e ordinò di gettare i neonati nel fiume. Per fortuna i piccoli si salvarono e navigarono su una cesta lungo il Tevere fin quando non arenò lungo le rive, dove vennero accolti e nutriti da un lupa. Qualche anno più tardi, in quel luogo, Romolo e Remo fondarono Roma.

Una leggenda che racconta non solo la storia di Roma, ma racconta una storia secolare di donne prive della libertà di diventare madri, o donne i cui grembi vengono violati da chi le ritiene oggetti personali. E donne che, nonostante tutto, come la madre di Romolo e Remo, nonostante avessero in grembo il frutto di una violenza, quei figli li mettono comunque al mondo con tutto l’amore che possiedono. Ciò, però, non deve svincolarsi dal rispetto di tutte quelle donne che decidono di non diventare madri.

La leggenda racconta anche di madri che diventano tali al di là delle condizioni biologiche. Come nel caso della lupa che si prende cura dei piccoli, mossa da quel sentimento primordiale che va oltre il parto, un sentimento che supera anche il confine tra le diverse specie esistenti in natura.

Perché, come per gli anatroccoli di Lorenz, che si affezionarono a lui in quanto primo “oggetto” che videro appena nati, così anche per gli umani, l’infante riconosce come madre o ma-mma la persona che si prende cura di lui.

Sviscerando il significato di quest’ultima parola, che si sviluppa in parallelo a madre, ovvero mamma, ci ritroviamo di fronte a qualcosa di più profondo, che va oltre la derivazione da mammella, come alcuni sembrano indicare.

Mamma, infatti, è qualcosa di più. È un suono che proviene dalle vibrazioni delle corde della civiltà umana. Secondo molti, infatti, tale parola sarebbe universale e andrebbe al di fuori di qualunque etimo. Essa è costituita dalle prime sillabe pronunciate dagli infanti durante la fase di lallazione intorno ai 6/7 mesi, sillabe semplici dalla naturale e facile articolazione labiale.

Scrive Erri de Luca: “Mi hai messo in bocca tutte le parole a cucchiaini, tranne una: mamma. Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra”.

 

Virginia Avveduto

 

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