In principio fu il bla bla bla.

Volevano seppellirci ma non sapevano che eravamo semi – La Mafia raccontata da voi

Volevano seppellirci ma non sapevano che eravamo semi – La Mafia raccontata da voi

 

In occasione del 25° anniversario della strage di Capaci (in cui persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro), noi di SequestoèunBLOG.it abbiamo proposto, postandola su alcuni gruppi e profili social, la seguente domanda: Se dico la parola MAFIA, cosa ti viene in mente?

Lo scopo, seppur apparentemente banale, era quello di scoprire quali sono le associazioni mentali che le persone fanno con la parola Mafia; cosa ne pensano esattamente: è ancora come prima o è mutata in altro? È un fenomeno che prima o poi andrà a scomparire? È distante da noi o è ormai radicato nella nostra cultura?

Abbiamo ottenuto, con grande sorpresa e soddisfazione, decine e decine di interessanti risposte e riflessioni, che ci hanno permesso di scrivere questo articolo a più mani, in cui niente è giusto o sbagliato, ma tutto è valido, e rappresenta un bel momento di dialogo e democrazia, strumenti assolutamente necessari per costruire la cultura dell’antimafia.

Alcuni hanno scritto una semplice parola: Vergogna, Omertà, Schifezza, Cancro, Corruzione, Governanti, Stato, Male oscuro, Polvere sottile, Delinquenza, Violenza, Favoreggiamento e, per finire, a caratteri cubitali, RABBIA.

E, anche se attraverso un commento postato online non è possibile osservare la persona che scrive (il suo sguardo, la sua espressione), immagino chiaramente l’impeto che ha spinto alcuni a rotolare le dita sulla tastiera per sputare fuori le proprie emozioni, per rigurgitare ciò che li disturba e li fa star male.

Altri hanno voluto dare delle definizioni più complesse ed esprimere pensieri più elaborati, mossi dal desiderio di scuotere le coscienze, di mettere ordine e di far chiarezza su un tema attorno al quale ruotano ancora oggi molti stereotipi e aleggiano smemoratezza e indifferenza. Tra questi:

La mafia è omertà, è chinare la testa al potere, è non ribellarsi (perché tanto non cambierà nulla); la mafia siamo noi che invece di chiedere i nostri diritti chiediamo i favori.

La mafia è uno Stato parallelo, un veleno che tutto fa marcire, ma che si presenta come il Lucignolo del paese dei Balocchi. Ogni cosa viene duplicata: dal cemento che contiene troppa sabbia, alle piastrelle per i pavimenti delle scuole pubbliche fatte con materiale radioattivo; dalle autostrade stirate su terrapieni di rifiuti tossici, agli alimenti ricavati da merci avariate; dai prestiti facili a interessi incolmabili, ai farmaci che non curano niente.

La mafia è un sistema di pensiero.

Non credo si possa dare una vera definizione morale del termine. Penso semplicemente che la mafia, ieri come oggi, sia nelle menti di chi non ha alcuna coscienza, alcun coraggio.

– È un virus che, contrariamente a ciò che disse Falcone, non morirà mai: è troppo radicato dentro le istituzioni governative, scolastiche e lavorative”. Ma qualcuno gli risponde: “L’aggressività di una malattia è inversamente proporzionale al sistema immunitario dell’ospite.

La mafia è corruzione delle istituzioni statali, connivenza e omertà! È l’impotenza del popolo italiano.

È la sconfitta dello Stato di Diritto. È un veleno che circola e si infiltra ovunque: siamo tutti coinvolti, anche nel nostro piccolo.

La mafia è spasmodica sete di potere.

È la gestione di tanti soldi, ma tanti tanti tanti, così tanti che hanno corrotto il mondo.

Mafioso è l’atteggiamento di chiunque voglia prevaricare e/o asservire gli altri al proprio tornaconto personale o di “famiglia”, sia esso economico, politico o semplicemente d’immagine”.

La mafia è per il nostro Paese qualcosa di talmente caratterizzante che finisce per esserne sinonimo.

Pare sia nata in Italia sotto il governo dei Borboni, però mi piace vederne le tracce anche nella Lombardia seicentesca di manzoniana memoria, quella de “I Promessi sposi”. Qui, Don Rodrigo è il capomafia, i bravi gli odierni picciotti (il braccio armato) e l’Innominato è il vertice più alto, la cupola.

La mafia non è solo quella che spara: è corruzione a qualsiasi livello, patologia di uno Stato o governo assente o inadeguato; anche se spesso è consona a istituzioni italiche fasciste o stragiste.

È quando andiamo a chiedere come se fosse un favore ciò che invece ci spetta di diritto.

In altri commenti ancora, si denota il grande senso di sfiducia, tipico del nostro tempo, nei confronti delle istituzioni; ecco alcuni esempi:

Stato-Mafia e Mafia-Stato: i due lati della stessa medaglia.

La mafia sono i politici corrotti che permettono ad associazioni a delinquere di spacciare, uccidere e distruggere in cambio di soldi, elezioni, vita facile. Perché lo sappiamo tutti che dietro alla potenza della mafia c’è la politica che non ha scrupoli, la politica che non sa e non vuole scendere in campo e battersi onestamente perché è più comodo così.

Le facce di alcuni (parecchi) politici, ex e attuali. Qualcuno identifica la mafia con un partito politico in particolare: La vecchia DC, la prima FI, l’attuale PD.

Poi, mi hanno colpito molto alcuni commenti che definirei “personali”, oltre i quali, infatti, è possibile intravedere la storia intima, il senso di colpa, la paura, la coscienza, l’orgoglio:

La mafia è mio figlio che non trova lavoro.

Quando arriva qualcuno che vuol fare del bene, viene subito atterrato. Siamo un popolo che non si oppone.

Credo che la mafia siamo noi, nel nostro quotidiano, nei nostri piccoli atteggiamenti “mafiosi”. Quando per evitare la fila alla posta portiamo un presente o offriamo un caffè all’impiegato; quando per risolvere un problema, chiediamo aiuto all’amico o al conoscente; quando accettiamo passivamente che qualcuno si comporti così, perché anche noi lo facciamo!  Qualcuno ha però subito sentito il bisogno di prendere le distanze e rispondere: Parla per te, please! Che non si pensi che quello che hai appena detto sia condiviso! Il “noi” a cui mi sento di appartenere si comporta diversamente. Io non offro e non chiedo favori, non cerco di saltare la fila ed evito le situazioni che comportano conflitto d’interesse. Pertanto rivendico il MIO “noi”, come unica forma di partecipazione al vivere civile e di contrasto al sistema di collusioni caro alle organizzazione mafiose. Qualcun altro ha aggiunto: Un conto è un atteggiamento culturale levantino tipico delle culture mediterranee, un altro è la Mafia, la quale è una società di persone che stipulano un patto mafioso. Uno Stato dentro lo Stato. Dovremmo conoscere bene di cosa si tratta, eppure, siamo ancora qui a rimproverarci delle “nostre” manchevolezze. La raccomandazione è solo malcostume, il pizzo è un’altra cosa, per fare un esempio semplice.

La mafia non è solo pizzo, è condizionamento, castrazione della libera iniziativa, imposizione forzosa di quello che si può e quello che non si può fare e dire, è sottrazione e perdita dei diritti umani fondamentali, prima ancora che di quelli civili. E si alimenta di ignoranza e rassegnazione.

Io, ogni volta che sopporto un sopruso, non perché stanca di combattere (o completamente disarmata) ma perché reagire potrebbe non convenirmi, allora mi sento mafiosa.

Infine, ecco quelli che chiamerei “commenti-aforismi”; nel senso che alcuni di essi sono illustri citazioni, altri, invece, potrebbero ben diventarlo:

La frase più riportata è stata La mafia è una montagna di merda, di Peppino Impastato. Una citazione abusata, soprattutto con l’avvento dei social, ma che non dovremmo mai stancarci di ripetere. Quel che oggi è un noto aforisma, nasceva come titolo di un articolo del giornale “L’Idea”, firmato proprio da Peppino, articolo che suscitò pesanti pressioni e gravi intimidazioni nei confronti di tutta la redazione, causando la prima profonda frattura fra Peppino e i suoi parenti. Si fussi figghiu meu, ci facissi un fossu e ci u vruricassi (Se fosse mio figlio, farei un fosso e ve lo seppellirei), disse don Tumasi Impastato al padre di Peppino.

La mafia è come un incubo al contrario: se chiudiamo gli occhi, non lo vediamo.

Nel giorno di tante parole consumate sento il senso di un rinnovato dolore, silente. Il pensiero vola, insieme al sommo rispetto. Verso l’Uomo che “sapeva” ma eroicamente procedeva. Verso l’Uomo che paura aveva, ma lottava. Verso un Siciliano che nella sua terra credeva, che la sua terra amava. Quella terra bagnata dal suo sangue, da tanto sangue, ancora oggi piena di contraddizioni.

Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Ci riescono alle 17.56 minuti e 48 secondi del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso la città“.

Volevano seppellirci ma non sapevano che eravamo semi.

È stato un percorso variegato, curioso, ricco di spunti e punti di vista, che ho cercato di riordinare e raccontare in maniera fluida e scorrevole. Non credo sia necessario aggiungere altro; chi ha letto tutto, fino alla fine, avrà notato (e apprezzato, come me) la pluralità, l’attualità, la memoria e la speranza dei tanti commentatori.

La citazione con cui ho scelto di concludere è infatti un esempio nitido e poetico del nostro sguardo verso il futuro, un futuro che ha cominciato a germogliare grazie a quel seme sepolto sotto la terra, che si è nutrito di battaglie, di eroismo, di coraggio, di sacrificio, di civiltà e di legalità. Un seme che ha prodotto ormai radici robuste, fiere e inestirpabili.

 

(Di Virginia Avveduto e Francesco Giamblanco, con: Sebastiano, Gianna, Anna, Giancarlo, Anna Rita, Laura, Maria, Emanuela, Stefano, Rosaria, Milvia, Marina, Sandra, Alessandro, Erminia, Anna, Ema, Elisabetta, Bruno, Concetta, Michele, Anna, Pasqualina, Piero, Paola, Chiara, Lucilla, Paola, Antonella, Carlo, Luisa, Grazia, Giulia, Simone, Maria Grazia, Giada, Renzo, Luisa, Giovanna, Michela, Attilio, Sebino, Luciano, Maria Rita, Barbara, Enrico, Ivana, Ignazio, Lucia e tanti altri).

 

– Nell’immagine di copertina, la rappresentazione della piovra – metafora della malavita – che abbraccia le case e vi entra dentro; realizzato da uno dei sicari di Cosa Nostra, braccio destro di Totò Riina, poi collaboratore di giustizia con i giudici Falcone e Borsellino –

 

leggi anche Grazie Peppino per averci insegnato che la mafia è una montagna di merda

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