In principio fu il bla bla bla.

Vietate le spese immorali: breve storia del reddito di cittadinansia

Vietate le spese immorali: breve storia del reddito di cittadinansia

Abbiamo abolito la povertà!” È con queste parole che il Governo ha annunciato, dal balcone agli ITALIANIII (sic!), di aver trovato l’accordo per le coperture. In poche parole: di aver trovato i soldi per finanziare il reddito di cittadinanza. Dunque presto la povertà sarà un lontano ricordo: come il cancro, la disoccupazione e le tasse, stando alle promesse sbandierate con simile enfasi ad ogni passata campagna elettorale.

Miliardi, deficit, spread e tassi d’interesse a parte, presto le tasche degli italiani più poveri verranno rimpinzate dai 780 euro mensili che lo Stato elargirà per consentire loro una vita più dignitosa; soldi da spendere, per sé e per la propria famiglia, liberamente; eccetto qualche piccola clausola:

– chi riceverà il reddito non potrà stare “a poltrire sul divano” senza offrire nulla in cambio, anzi dovrà prestare 8 ore di lavoro settimanali in servizi di pubblica utilità (in una sorta di “ossimorica” prestazione lavorativa a titolo gratuito o, se preferite usare un altro nome, di volontariato obbligatorio retribuito);

– i soldi non verranno consegnati brevi manu e non potranno spendersi in contanti ma saranno caricati su una carta da cui i poveri potranno effettuare tutti gli acquisti, così da risultare tracciabili, verificabili, impossibili;

– già, perché ci sono cose che possono e cose che non possono essere comprate; per la precisione, il reddito di cittadinanza potrà essere speso esclusivamente in Italia, in prodotti italiani, in beni di prima necessità e di comprovata moralità.

E fino allo “spendere in Italia” non c’è molto da aggiungere: anche perché notoriamente i poveri non viaggiano, quindi non gli verrà difficile spendere il loro reddito entro i confini nazionali, anzi entro quelli regionali o, se preferite, comunali.

Per quanto riguarda invece l’acquisto di “beni italiani” qualche dubbio sorge: si intendono esclusivamente i beni prodotti in Italia o anche quelli prodotti all’estero ma a marchio italiano? Basterà fare affidamento alla dicitura sul retro made in Italy o bisognerà conoscere la storia dell’azienda dalla sua fondazione ai giorni nostri?

Ma passiamo alle clausole più curiose e controverse: i “beni di prima necessità e di comprovata moralità”, che vanno insieme in quanto ontologicamente connesse; perché per beni di prima necessità si intendono beni non di lusso, cioè beni essenziali, cioè beni poco costosi, cioè beni per poveri, cioè beni moralmente accettabili.

In sostanza: il sushi no, la pizza sì, La Rinascente no, Piazza Italia sì, lo Champagne no, il Tavernello sì. Anzi no, neanche il Tavernello: perché, seppur prodotto per poveri, è vino, e l’alcol è immorale.

Perché i poveri devono mangiare, bere, dormire, ripararsi dal freddo: sopravvivere. Non devono godere, bere, fumare, viaggiare, guardare le serie Tv su Netflix (che è pure americano), a meno che non lo facciano sulla loro Mivar 14 pollici (che è meglio lasciar perdere). I poveri erano poveri e devono continuare a vivere da poveri: a loro un buon calice di Tavernello a tavola non è concesso.

E ricordate: chi trasgredisce – ha detto Di Maio – perde i soldi e rischia fino a 6 anni di carcere, che neanche chi ha rubato 49 milioni di euro pubblici. E chissà, magari aggiungeranno presto la pubblica infamia con la cucitura addosso della P (di povero) scarlatta; un’immagine che fa tanto Hawthorne e Orwell insieme.

Un reddito di cittadinanza che, visti i limiti, le direttive, le prescrizioni, i rischi, le sanzioni e l’arrovellarsi tra cosa si può e non si può fare e comprare, fa tanto “reddito di cittadinansia” o, se preferite usare un altro nome, “reddito di sudditanza”.

 

di Francesco Giamblanco

 

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