In principio fu il bla bla bla.

Segen, morto di fame a 22 anni

Segen, morto di fame a 22 anni

Appena pochi mesi fa, un giovane migrante eritreo è morto di fame, subito dopo essere sbarcato a Pozzallo, in Sicilia, dalla nave dell’ong spagnola Proactiva Open Arms. Faceva parte di un gruppo di circa 90 persone recuperate.

Appena sceso dalla nave è stato trasferito in ospedale; dopo qualche ora le sue condizioni sono peggiorate e il giovane è morto per la grave malnutrizione che da mesi contribuiva ad aggravare il suo stato di salute.

Si chiamava Segen, aveva solo 22 anni, e aveva passato gli ultimi 19 mesi imprigionato in uno di quei centri-lager in Libia.

Il sindaco di Pozzallo, città simbolo del dramma degli sbarchi, ha dichiarato: “Quello che mi impressiona è che sembra di tornare a 70 anni fa, quando abbiamo visto le prime drammatiche scene dei campi di concentramento nazisti e quegli esseri umani, gli ebrei, ridotti pelle e ossa. Questa è la sensazione che ho avuto per quest’ennesimo sbarco con persone malnutrite, affamate e assetate“.

È una storia che ha trovato spazio in molti giornali, di certo non in prima pagina, non a caratteri cubitali. Perché è una storia da raccontare per dovere di cronaca ma che importa a pochi, non fa audiance.

Eppure un giovane 22enne che muore di fame in un ospedale della costa siciliana, terra di arancine, cannoli, scacce e cassate, terra dell’abbondanza, dovrebbe fare audience, dovrebbe farci rabbrividire, dovrebbe scuoterci.

Non importa quale fosse la sua nazionalità. Era un giovane come tanti, coetaneo, fratello, figlio, nipote di tanti di noi. Solo che non ne conoscevamo il nome, fino a ora; un giovane nato, per sua sfortuna, nel posto sbagliato del mondo.

Eppure ho sentito e letto le reazioni più incredibili: asettiche, disinteressate, cattive. Una su tutte, una risposta che mi ha lasciato sbalordito. Appresa la notizia della morte di Segen, una ragazza su Twitter ha commentato: “E perché non se ne stava a casa sua?

Una frase potente. Una reazione che non ha niente a che vedere con l’essere o meno a favore dell’immigrazione controllata, tutti lo siamo. Un segno di pura disumanità: frutto della degenerazione di anni di slogan incitanti alla paura, all’odio e all’indifferenza, che ormai hanno creato radici profonde nel fertilissimo terreno dalla più bieca ignoranza.

Tornando alle parole del sindaco di Pozzallo, vorrei aggiungere un aspetto importante: settantanni fa la maggior parte nostri nonni non era a conoscenza di ciò che accadeva nei campi di concentramento nazisti. Noi, invece, oggi sappiamo cosa succede nei campi libici, lo sappiamo tutti. Ma continuiamo a far finta di niente o a sbraitare contro i vari arrivi.

Chissà come ci giudicheranno le future generazioni.

 

di Francesco Giamblanco e Virginia Avveduto

 

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