A colazione un cappuccino decorato, fotografato e postato su Instagram, a metà mattina un cornetto, col blu del cielo sullo sfondo, inviato agli amici dei gruppi WhatsApp; tutto il giorno di corsa, a pranzo un’insalata così plasticamente perfetta e colorata da concorrere a Miss Piatto dell’anno su VeganIsBetter.com, di pomeriggio a scorrere la Home di Facebook strabordante di succulente mini video-ricette, di sera un American Mega McCheeseburger e poi a casa l’imperdibile puntata di “Monster” Chef, con conseguenti future riproduzioni ed emulazioni di sofisticati, simmetrici e semivuoti piatti, da instagrammare, inviare, commentare e infine digerire.

E adesso? Adesso cestina tutto, spegni lo smartphone, copriti bene che fa freddo, metti in moto l’auto e dirigiti nella campagna più vicina: imbraccia zappa, rastrello e vanga; spargi semi, acqua e letame.

Vedi quella sostanza che attorno a te ricopre tutto (granulosa e sabbiosa, dello stesso colore del caffè, dall’odore muschiato e ferroso)? È la terra, la madre di ogni cosa, e ci ricorda che il cibo non è un oggetto da ammirare esteticamente, un inodore agglomerato di pixel da esporre. Il cibo è nutrimento, e io non voglio nutrirmi di immagini ma di sapori, quelli autentici, quelli forti, quelli che raggiungono il palato e non li dimentichi più, quelli che trasmettono sensazioni esclusive; quel cibo che ci insegna l’arte della pazienza: perché bisogna saper aspettare per averlo e gustarlo, perché cresce là dove il suolo e il clima lo permettono; quel cibo che fa riaffiorare i ricordi della tua infanzia: le arance e le mandorle della campagna del nonno, le conserve di pomodoro della nonna, la ricotta del signor Michelino, il vino fatto con l’uva di Giovanni. Prodotti dai sapori unici, antichi, genuini, che non devono essere integrati con pillole vitaminiche e che non hanno affatto bisogno della dicitura “senza coloranti” o “senza olio di palma”.

 

Virginia Avveduto

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