In principio fu il bla bla bla.

Millennials: storia della generazione Y

Millennials: storia della generazione Y

 

Ci definiscono Generazione Y, Echo Boomers, Net Generation o, più comunemente, Millennials. Siamo i nati tra gli anni ‘80 e i primi 2000 e, mentre compievamo i primi passi e pronunciavamo le prime sillabe, il mondo intorno a noi cambiava ad una velocità impressionante. Erano gli anni della prima versione di Windows, del boom del cinema di fantascienza, della caduta del muro di Berlino, della nascita del World Wide Web e dell’inarrestabile rivoluzione digitale. Erano gli anni di Napster, Myspace, Mtv, Harry Potter e dei manga. Erano anni di fluida spensieratezza, di dissennato ottimismo, di impossibile che diventa possibile, di un mondo in cui “la felicità è dietro l’angolo che ci aspetta”. O almeno questo ci raccontavano.

Ci facevano sentire speciali e unici, ci convincevano di poter ottenere tutto ciò che desideravamo (con Aladdin cantavamo Il Mondo è mio), nutrivano le nostre ambizioni di aspettative così alte che per assecondarle completamente avremmo dovuto vincere il Nobel, atterrare su Marte o risolvere il problema della fame nel mondo, il tutto, a soli 20 anni.

E invece ci ritroviamo laureati, plurilaureati, inoccupati, collezionisti di “Le faremo sapere”, apprendisti senza esperienza, precari, disorientati, sottopagati, sfruttati, frustrati, e ancora inquilini dei nostri genitori che sono passati da “Sei un essere speciale, devi stare sempre con noi!” a “Quando ti sposi? Quando te ne vai da qua?”. Insomma, da La Bella Addormentata a L’Esorcista.

Noi Millennials abbiamo molte più difficoltà (e non sono parole mie) rispetto ai nostri predecessori nel conquistare quella stabilità di cui loro, alla nostra età, godevano già da un pezzo. L’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale mostra un quadro abbastanza inquietante: i livelli attuali di disoccupazione giovanile sono da record, i redditi delle famiglie sono diminuiti e i rischi di povertà e di esclusione sociale sono fortemente aumentati. Come se non bastasse, secondo i dati provenienti dal General Social Survey, siamo più soli rispetto alle generazioni precedenti; ed è naturale ricondurre tale solitudine all’utilizzo eccessivo dei social network e degli smartphone.

Nonostante non stigmatizzi la tecnologia, di certo non posso non osservare come essa stia cambiando in maniera significativa il nostro mondo relazionale e il nostro modo di relazionarci col mondo. Nel giro di pochi anni siamo passati dal Super Mario bidimensionale alla realtà virtuale immersiva, dallo Snake del Nokia 3310 a migliaia di App. Siamo sempre più connessi con l’ambiente virtuale e sempre più disconnessi da quello reale. Oggi sono rimasti in pochi a pensare che tali strumenti digitali siano innocui, eppure solo in pochissimi sanno che essi sono estremamente vicini all’universo delle sostanze psicoattive: è stato dimostrato, infatti, che ogni volta che utilizziamo questi dispositivi, viene rilasciata dopamina, motivo per cui proviamo una sensazione piacevole. E, come in tutte le dipendenze, ci connettiamo e riconnettiamo per provare e riprovare quella sensazione; sappiamo bene (lo sperimentiamo quotidianamente) che stare sui social, e su Internet in generale, ci permette di distrarci, di sfuggire ai problemi e allo stress, di apparire e di ricevere l’approvazione altrui, di possedere tutto e subito (la canzone che preferiamo, il film appena uscito al cinema, tutte le stagioni di una serie tv, senza attesa: tutto e subito, a casa nostra), di “incontrare” facilmente persone, o meglio, i profili di queste, con la frequente conseguenza di avere, dopo, difficoltà a instaurare relazioni profonde.

Sommando tutte queste cose, l’area comfort in cui siamo cresciuti e l’abuso dei nuovi dispositivi pro dopamina che hanno accompagnato il nostro sviluppo, il risultato è inevitabile: una generazione di giovani impazienti e impreparati ad affrontare i problemi, a tollerare lo stress e la fatica, a sopportare sentimenti ed emozioni negative. Una generazione fragile e solitaria.

Eppure, ci sono anche delle buone notizie.

Siamo infatti la generazione più istruita della storia (è straordinario, ad esempio, che sulla piattaforma di una scuola gratuita online, un giovane tedesco possa spiegare una formula chimica a un suo coetaneo in India e viceversa). Siamo più attenti alle regole, a una sana alimentazione e al rispetto dell’ambiente; siamo più cooperativi, educati e civili: ne deriva che i tassi di criminalità giovanili sono i più bassi di sempre. Siamo anche più aperti al cambiamento, multietnici, colti, tolleranti, favorevoli all’integrazione e alle unioni tra persone dello stesso sesso. Insomma, nonostante il “dominio” della tecnologia e nonostante il Nobel mai ottenuto o il mancato atterraggio su Marte, dobbiamo essere fieri di ciò che siamo: esseri umani più umani.

 

Virginia Avveduto

 

 

Fonti:

Video-Intervista youtube “Simon Sinek, la questione Millenials”;

“Perché i Millennials si sentono così soli” – TPI;

“Nomofobia: senza cellulare scatta il panico” – La Stampa;

“Millennials: l’enigma della nuova generazione”- Huffington Post;

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