In principio fu il bla bla bla.

Lo ius soli, lo ius sanguinis e il paradosso della razza pura italiana

Lo ius soli, lo ius sanguinis e il paradosso della razza pura italiana

 

Da giorni non si parla d’altro: approvare o no la nuova legge sulla cittadinanza italiana? Da giorni si combatte (letteralmente) dentro e fuori il Parlamento, si discute nei bar, nelle piazze e sul web, tra milioni di opinioni, commenti e insulti di ogni genere.

Pertanto so bene che si è già detto e scritto abbastanza; e quelli che hanno avuto voglia di approfondire e informarsi, sanno ormai bene cosa prevede il disegno di legge, cos’è lo ius soli temperato e cos’è lo ius culturae.

Voglio soffermarmi, dunque, non su ciò che la nuova legge, una volta approvata, dirà, ma su ciò che dice oggi quella in vigore, coi suoi paradossi.

Attualmente, la cittadinanza italiana è trasmessa, secondo il principio dello ius sanguinis, dal genitore al figlio. Sono italiani i figli di almeno un genitore italiano e i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano.

Immaginate dunque che Tizio nasca e viva negli USA, come suo padre e come suo nonno; il suo bisnonno, invece, era nato in Venezuela da padre argentino e madre irlandese. Per trovare il capostipite italiano si deve così risalire al quadrisavolo. Immaginate anche che il cognome, negli anni ’40, fu americanizzato da Ricciardi a Richardson. Immaginate poi che nessuno dei componenti della famiglia di Tizio abbia mai messo piede in Italia dalla metà del 1800, ma immaginate però che tutti, generazione dopo generazione, si siano rivolti al Consolato italiano per il riconoscimento della cittadinanza, trasmettendola, di volta in volta, ai propri figli.

E ora smettete di immaginare, perché è proprio tutto così, perché quella che ho appena raccontato è una storia vera, perché Tizio è davvero un cittadino italiano, perché è vero che per lo Stato italiano bastano due gocce di sangue italiano per essere considerati cittadini italiani.

Non servono dunque la cultura, il sentirsi parte della comunità, il pagare le tasse, l’esercitare diritti e doveri o la conoscenza della lingua (tutte cose di cui gli strenui oppositori dello ius soli si riempiono la bocca); attualmente, a renderci cittadini agli occhi della Legge sono le nostre eredità cromosomiche, seppure da questo Paese ci separino secoli di storia, migliaia di chilometri o un’assoluta distanza culturale e affettiva.

È sulla base di tale vigente (e a tratti paradossale) principio che ancora oggi lo Stato nega a tanti giovani nati e cresciuti in questo Paese (e che in questo Paese studiano, lavorano, amano, vivono e parlano con le mille sfumature dei nostri italianissimi accenti dialettali) di chiamarsi italiani.

Essere o meno italiano non può dipendere dal DNA, dalla “razza” (non possiamo continuare a per-correre questo rischio); essere italiano è uno status, un Diritto, che non deve essere concesso, perché esso già c’è. Deve solo essere riconosciuto. E ormai non manca molto.

 

Francesco Giambanco

 

(fonte: Gianni Rufini, Direttore Amnesty International Italia)

(immagine di copertina by Next Quotidiano)

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