In principio fu il bla bla bla.

La potenza delle immagini: tra diffusione dell’orrore e comprensione del dolore

La potenza delle immagini: tra diffusione dell’orrore e comprensione del dolore

 

Nell’aprile del ‘43, nel ghetto di Varsavia, un soldato nazista puntò il mitra contro un gruppo di persone, tra cui un bambino, in prima fila davanti a tutti, con le braccia alzate, un berretto fuori misura, i calzettoni alle ginocchia e un cappottino sgualcito che lasciava scoperte le gambe. Un fotografo delle SS fece una serie di scatti che vennero poi inviati ai superiori, accompagnati da un rapporto, come testimonianza del compito svolto. La foto di quel bambino giunse all’attenzione pubblica soltanto nella seconda metà degli anni ‘60, e da allora il piccolo ebreo minacciato dal mitra, divenne icona e preziosa testimonianza dell’inferno della Shoah.

Era il giugno del ‘72, quando Kim Phúc, una bambina di 9 anni che viveva a Trang Bang con la sua famiglia, dovette fuggire dal tempio in cui si riparava, perché le bombe al napalm cominciarono a cadere sulla costruzione. Il suo braccio sinistro prese fuoco, mentre il suo vestito si distrusse in pochi secondi, così scappò dal tempio e cominciò a correre, gridando “Scotta! Scotta!”. Un fotografo americano immortalò quel momento, inquadrando Kim, senza vestiti, in una corsa disperata lungo la Route 1, insieme ai fratelli grondanti di lacrime. Qualche tempo dopo, l’Associated Press, presso cui il fotografo era in servizio, decise di diffondere la foto. Quell’immagine fece sì che il mondo si accorgesse della brutalità della guerra in Vietnam.

Fu poi l’assenza di fotografie che, 20 anni fa, rese l’Occidente ancora una volta distante e indifferente in quei 100 giorni di massacro tra hutu e tutsi, in Ruanda. Vennero uccise più di 800.000 persone, e non con armi di distruzioni di massa, bombe o mitragliatrici, ma con dei rudimentali machete. Ci vollero le immagini, ancora una volta, per destare il mondo. Immagini che arrivarono tardi, quando ormai, di quelle atroci violenze rimanevano solo i corpi insanguinati, ammassati in fosse comuni, e colline di teschi accumulati come sassi.

È il 2015 e il corpo di Aylan, un bambino siriano di 3 anni, giace sulla battigia di una spiaggia turca. Un terribile naufragio gli ha impedito di fuggire dal suo Paese distrutto e di raggiungere, insieme alla famiglia, i parenti in Canada. Quella è considerata una delle immagini simbolo del dramma dei migranti del Mediterraneo.

Poi, nel dicembre scorso, la pancia dell’Occidente si accorge nuovamente della guerra civile in Siria (che è in corso ormai da 5 anni) quando, sotto gli occhi di tutti, appare l’immagine di un bambino di Aleppo, ricoperto di polvere e sangue, seduto inerme sul sedile arancione di un’ambulanza, in attesa che qualcuno si occupi di lui.

Dopo lo sgomento dei più, viene rimesso in pausa quello schermo che proietta nella mente l’orrore della guerra, schermo che viene riattivato appena 4 mesi dopo, quando i media di tutto il mondo titolano: “Raid con gas tossici in Siria, 60 morti, tra cui 20 bambini”. E non è quel titolo a catturare l’attenzione di tutti, ma ancora una volta le immagini: le video dirette che mostrano quei bambini in fin di vita, sofferenti, con difficoltà respiratorie e altri sintomi devastanti.

Perché ho racconto queste storie? Perché in ognuna di queste, oltre all’orrore, è protagonista un’immagine, che racconta quell’orrore più di mille parole? Pare che gli esseri umani abbiano bisogno di vedere per credere, o meglio, per conoscere ed essere coinvolti emotivamente. Qualcuno direbbe banalmente che il mondo è fatto di troppi Tommaso e di pochi che “pur non avendo visto, crederanno”.

In realtà esiste una spiegazione molto intrigante, che si può riassumere partendo dal concetto di “empatia”, ossia la capacità di comprendere gli stati d’animo o le azioni altrui vivendoli come fossero propri. Infatti, il termine “empatia” deriva dal greco”εμπαθεια”, composto da en -dentro- e pathos -sentimento-, dunque “sentire dentro”.

Recentemente sono stati individuati dei circuiti neuronali coinvolti anche nella creazione di relazioni empatiche tra le persone: i neuroni specchio; una famiglia di neuroni che si attiva non appena vediamo compiere un’azione, oppure quando compiamo noi stessi quell’azione; in altri termini, dall’osservazione di un’azione, deriva la sua simulazione.

I neuroni specchio possono attivarsi sia con l’udito, sia con la vista, sia facendo che pensando un’azione; ma sembra che la vista abbia un impatto maggiore, cioè sembra che una situazione sia maggiormente riconoscibile se osservata, piuttosto che ascoltata. Ecco perché, secondo tale ipotesi, le foto, i video e ogni altro strumento visivo attiverebbero in modo determinante i nostri sistemi empatici.
Dunque è inutile flagellarci per la nostra presunta superficialità, perché ci consideriamo schiavi dell’immagine e dei nostri occhi; siamo semplicemente fatti così. In ciò non c’è nulla di crudele.

Preoccupiamoci piuttosto di prendere atto che l’empatia è una grande abilità sociale che va sviluppata, perché ci permette, poi, di mettere in atto comportamenti d’aiuto.
Infine una riflessione la dedico ai rischi che l’abuso dell’immagine può comportare: essa infatti spesso tende ad essere l’unico strumento usato dai media per veicolare l’informazione, con lo scopo subdolo di incentivare il mercato del dolore, fomentando il pericolo ulteriore di creare assuefazione tra gli spettatori. Infatti, se in passato era sufficiente mostrare una fotografia in bianco e nero sgualcita e cupa, per suscitare un’emozione, oggi sono necessari video creati ad arte, ricchi di dettagli morbosi. E tra qualche anno, potrebbe essere la realtà virtuale l’unico mezzo adatto a creare un profondo coinvolgimento con gli avvenimenti lontani da noi.

Insomma, l’empatia che segue il passo della tecnologia.

 

Virginia Avveduto

 

 

 

 

 

 

 

Condividi

Comments

comments