In principio fu il bla bla bla.

Italiani a caccia di stranieri: lo s-fascio della democrazia

Italiani a caccia di stranieri: lo s-fascio della democrazia

Le notizie si moltiplicano, giorno dopo giorno: “aggredito”, “ferito”, “sparato”, “pestato”, “ucciso”, a suon di “negro!”, “zingaro!”, “marocchino!”, seguiti da un generico “di merda!”.

Lo straniero è ufficialmente diventato il nemico numero uno: chi arriva da un altro Paese, professa un’altra religione, parla un’altra lingua, ha la pelle di un altro colore (anche se poi è italiano quanto me). Tanto nel buio di un vicolo, o dentro l’abitacolo di un’automobile, o per strada, preso di mira da una finestra, non è poi molto diverso da un piccione, da una bestia, da una preda della violenza “bianca”, della caccia al “diverso”.

È l’Italia che si smaschera, che svela la sua vera natura, che dopo 70 anni di democrazia “obbligatoria” riesuma liberamente i valori, il linguaggio, le azioni dell’ideologia fascista, mai morta, mai scomparsa, solo riposizionata (capovolta) e nascosta, come cenere, sotto il tappeto dell’apparenza.

In tutti questi anni abbiamo citato il messaggio di civiltà di Berlinguer e cantato l’amore per gli ultimi di De Andrè, abbiamo osannato il messaggio antifascista di Pertini e celebrato il sacrificio per la legalità di Falcone e Borsellino, ci siamo commossi con La vita è bella di Benigni, che ha raccontato al cuore di ognuno l’olocausto e la poesia della liberazione.

Ma è bastato un attimo per graffiare via la superficie lucida e splendente della storia che sembrava aver preso un corso diverso e che invece si sta ripetendo, tale e quale ad allora, così da veder riapparire le cicatrici ancora sanguinanti di un popolo che, appena 70 anni fa, era al culmine della sua ignoranza, della sua povertà (economica e spirituale), della sua ignavia di fronte all’orrore.

È bastato impoverirlo, dis-istruirlo, iniettargli quotidiane dosi d’odio e paura verso l’altro, diverso da lui, accusato (erroneamente) di essere il responsabile della sua insoddisfazione, della sua infelicità.

Così l’Italia ha smesso di porsi domande, ha smesso di leggere i dati, le notizie. Perché è più facile trovare un capro espiatorio dentro uno slogan che leggere un intero libro in cui sia scritta la differenza tra il vero e il falso, tra il bene e il male.

Così gli italiani si sono riversati, con la bava alla bocca, per strada: non per chiedere giustizia, ma per farsi giustizia; non per chiedere maggiore libertà, ma per privare qualcun’altro della propria libertà. Hanno trasformato il web in una cloaca di bugie, insulti, minacce. Che sono ben presto diventati urla, pugni, proiettili.

Il fascismo è proprio questo: la natura umana disancorata dal rispetto delle regole etiche, sociali e giuridiche. È la legge della giungla secondo la quale vince sempre il più forte, il più affamato. Secoli di civiltà, di letteratura, di principi morali, di progresso scientifico e intellettuale spazzati via con due selfie e qualche tweet.

Qualcuno ha detto che l’Italia non ha mai avuto la sua Norimberga, la sua catarsi, il suo processo conclusivo, fatto di prove, di testimonianze, di ammissioni, di lacrime, di sanzioni emesse da un vero Tribunale. Solo violenza su violenza. Solo un uomo appeso a testa in giù, il cui fantasma non ha mai trovato pace, non è mai andato altrove ma ha vegliato e atteso a lungo, certo che un giorno qualcuno, magari un uomo del governo, avrebbe rievocato il suo “glorioso” passato, citato le sue parole, condotto nuovamente e consapevolmente il Paese nell’abisso, mentale e fisico, dove galleggiano i corpi dei vivi e dei morti. Nel silenzio delle Istituzioni e degli uomini comuni. Tutti muti, come pesci.

di Francesco Giamblanco

 

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