In principio fu il bla bla bla.

Il lavoro più brutto del mondo

Il lavoro più brutto del mondo

Vi siete mai chiesti qual è il lavoro più brutto e meno gratificante del mondo?

Se cercate su Google, troverete sicuramente alcune curiose liste di mestieri poco noti e particolarmente disgustosi: masturbatori di animali, ispettori di letame, minatori di carbone, assaggiatori di cibo per gatti…

Di certo non sono le classiche risposte alla domanda che ogni bambino si sente fare almeno una volta nella vita “Cosa vuoi fare da grande?” e lui che risponde “L’avvocato, il medico, il pilota, l’astronauta, il supereroe”. Di certo mai risponderà “il pulitore di fogne” o “l’imbalsamatore” (se lo fa, vi consiglio di farlo vedere da uno bravo).

Eppure, esiste un altro lavoro che mai menzionerà nelle sue risposte, un mestiere orribile e stressante, deprimente e umiliante, che svolgono in tantissimi nonostante non se ne parli spesso, nonostante nessuno abbia mai pensato di inserirlo in una delle suddette liste. Di che lavoro si tratta? Uno dei suo tanti nomi è “Inoccupato in cerca di occupazione”, oppure “Inviatore seriale di CV”, ma anche “Dottore in le faremo sapere”. Credo di essere stato abbastanza chiaro.

Bene, adesso prendete di nuovo quel bambino e immaginatelo per vent’anni sui banchi di scuola: dell’obbligo, delle superiori, tra esami universitari, tesi, master, specializzazioni e abilitazioni; immaginate la fatica, i progetti, le ambizioni, i sogni. Prendete tutte queste cose, appallottolatele, buttatele nel cesso e tirate lo sciacquone.

Le condizioni sono quelle di un indeterminato full time: poche pause caffè e centinaia di annunci da scorrere, siti a cui iscriversi, CV da compilare, “lavora con noi” da leggere e posizioni aperte da valutare; per ottenere sempre la medesima risposta: il silenzio.

Giorno dopo giorno, lunghi e frustranti silenzi, alternati talvolta a rari e civilissimi “Abbiamo esaminato attentamente il suo CV e siamo spiacenti di comunicarle che il suo profilo non è in linea con quello attualmente ricercato”, che si concludono con ottimistici (oserei utopistici) “La invitiamo ad entrare periodicamente nella sua area personale per valutare future opportunità”.

È come un complicatissimo cubo di Rubik, dove ogni tassello e ogni colore da incastrare e abbinare con l’altro è una specifica caratteristica: se speravi ti pagassero, scopri che offrono lo stage gratuito; se hai la patente, tu non sei automunito; se sai bene l’inglese, loro chiedevano il cinese; se hai una laurea in giurisprudenza, era meglio in ingegneria, se hai l’età giusta, non hai l’esperienza necessaria; e se hai l’esperienza richiesta non hai più l’età giusta.

Rimani solo tu, che nel frattempo sei stato apostrofato nei modi più indegni (ricordate i choosy, i bamboccioni, gli sfigati e tutti quelli che “hanno fatto bene a togliersi dai piedi”?).

Tu che, nonostante tutto, sogni di restare perché ami il tuo Paese e non vuoi dargliela vinta, tu che resti lì, ligio al tuo dovere, dignitosamente al tuo posto, coi fogli in mano e il pc davanti agli occhi, speranzoso di poter dare presto le dimissioni ed essere assunto altrove, sicuro di riuscire, prima o poi, a ricomporre il cubo perfetto, con le sei facciate coi colori giusti.  

di Francesco Giamblanco

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