In principio fu il bla bla bla.

Il Bullismo, il comportamento deviante e l’Amaca di Michele Serra. Facciamo un po’ di chiarezza

Il Bullismo, il comportamento deviante e l’Amaca di Michele Serra. Facciamo un po’ di chiarezza

La premessa: Il fenomeno del bullismo è in aumento?

Secondo l’indagine condotta da Telefono Azzurro e DoxaKids, nel biennio 2012-2014, il fenomeno del bullismo è in crescita. Analizzando l’andamento annuale degli interventi dell’associazione che riguardano questi episodi, si osserva che si è passati dall’8,4% del 2012, al 13,1% del 2013, per arrivare al 16,5% del 2014.

Secondo i dati Istat, nel 2014, Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici. Secondo Amnesty International, il 15% degli studenti italiani di età compresa tra 12 e 18 anni ha sperimentato diverse forme di bullismo.

In realtà, che il bullismo sia davvero in aumento rispetto al passato, non lo sappiamo, dato che solo recentemente il fenomeno viene analizzato in modo approfondito. Possibilmente, oggi si registra tale aumento, perché si pone maggiore attenzione al problema, cioè perché è più facile riconoscerlo e segnalarlo. Come per i tumori ad esempio: sono aumentate le diagnosi perché sono aumentati i tumori oppure perché in passato non si avevano gli strumenti e la conoscenza per diagnosticarli?

Aggressioni verso i professori e bullismo.

Bisogna fare attenzione a non confondere il bullismo con il comportamento deviante.

Il bullismo infatti  “non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più, ma precisamente un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”.

Invece, il caso portato alla ribalta dai media del ragazzo di Lucca che urla contro il professore, non è un caso di bullismo, ma di comportamento indisciplinato/violento verso l’autorità, aggravato dall’utilizzo dei social e delle riprese video che amplificano situazioni di questo genere, così da creare una sorta di palcoscenico in cui i ragazzi “ribelli” tendono ad esibirsi per ricevere l’approvazione dei compagni.

Il caso: l’Amaca di Michele Serra e la polemica.

  • Il comportamento deviante è più diffuso negli Istituti tecnici?
  • Vi è ancora una differenza culturale e sociale tra Licei e Istituti tecnico-professionali?

Inizialmente anch’io ho storto un po’ il naso dopo aver letto l’Amaca di Serra in cui denuncia la differenza culturale ancora oggi marcata tra le “classi sociali” e di come questa spicchi maggiormente nelle scuole.

Serra ha detto una cosa molto di sinistra, usando però una terminologia (il popolo vs la borghesia, e ceti sociali) leggermente anacronistica; per questo motivo il suo contenuto non è arrivato del tutto al “popolo” (che non è necessariamente un termine negativo), proprio perché ha fatto lo stesso errore che commette spesso la sinistra di oggi: utilizzare una comunicazione astrusa e fuori tempo.

Dunque, se noi del “popolo” non siamo riusciti a comprendere pienamente il suo scritto, non è perché siamo analfabeti funzionali (espressione ormai abusata e molesta) ma perché utilizziamo un linguaggio diverso, più diretto e semplice (che non è necessariamente un male o non è dovuto al fallimento della scuola, ma può essere anche conseguenza di un cambiamento nella comunicazione che tende più alla linearità e alla velocità).

Ma i contenuti e i problemi sollevati dal giornalista-scrittore, sono molto importanti, e la sinistra dovrebbe prendere la palla al balzo per affrontarli: distinzione tra scuole di serie A e scuole di serie B, e differenze culturali ancora marcate tra le “classi sociali”.

Pertanto, con dati alla mano, provo a spiegare perché i contenuti dello scritto di Serra sono più che giusti.

1AlmaDiploma, con la sua indagine svolta su 261 Istituti italiani, mostra che in Italia c’è ancora un problema sociale di ingresso e scelta delle scuole superiori. Sul sito tecnicadellascuola.it si legge che “in base a questi dati, il liceo sembra essere ancora una scuola per ricchi, mentre gli istituti professionali per poveri: solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia, si legge su Il Fatto Quotidiano, nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Dallo Scientifico è uscito il 13,1% dei ragazzi provenienti dalle classi sociali più povere.

2AlmaLaurea, nella sua indagine condotta nel 2012, sostiene che “la probabilità di proseguire gli studi dopo la scuola dell’obbligo fino a completare gli studi universitari è fortemente influenzata dal contesto socioeconomico di origine” e che la gran parte dei laureati proviene dai Licei e non dagli Istituti tecnico-professionali.

3– Un’interessante ricerca condotta dal Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, analizzando il comportamento deviante nelle scuole, ha rilevato che negli Istituti tecnici e negli Istituti professionali vi è una maggior presenza di “Ragazzi con genitori distanti/trascuranti” e “Ragazzi che pretendono autonomia” e una minore presenza di “ragazzi degni di fiducia”. I risultati hanno infatti evidenziato che i comportamenti e gli atteggiamenti contro-normativi sono sì associati a scarso controllo da parte dei genitori, ma solo se questi ultimi mostrano scarsa fiducia nei confronti dei propri figli e, soprattutto, se il clima familiare è caratterizzato da una povera comunicazione tra genitori e figli.

Nonostante i piccoli passi avanti in cui si assiste a un maggior numero di studenti iscritti ai licei provenienti da famiglie modeste, oppure di laureati provenienti da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta, le barriere culturali sono ancora fortemente marcate nel nostro sistema scolastico.

E da qui, il passo da un discorso più ampio sulle condizioni socio-economiche delle famiglie italiane a uno più specifico sulla presenza di comportamenti devianti tra i ragazzi, è breve.

Certamente, alla base dei comportamenti devianti non troviamo soltanto il contesto socio-economico di appartenenza o il livello culturale della famiglia di provenienza, ma possiamo individuare fattori che si intersecano tra loro, intenti a creare un groviglio di problemi nel quale non è per niente semplice capire qual è la causa e quale l’effetto. Tra questi fattori, vi sono i disturbi psicologici quali i disturbi della condotta, i disturbi nella gestione delle emozioni, i disturbi da deficit d’attenzione e iperattività, e i disturbi dell’apprendimento; troviamo spesso anche delle condizioni familiari disagiate, conflitti coniugali, un ambiente iper-stimolante e un ambiente scolastico molto competitivo, da cui scaturisce la frustrazione nel non riuscire a destreggiarsi in esso.

Poi, se si amplia il discorso sulla devianza in generale, la si ritrova sia nelle classi più povere (dove sono più frequenti i reati da strada, quali spaccio, rapine, scippi…) sia in quelle più ricche (e in questo caso cito i reati di corruzione, concussione, evasione fiscale…), perdonate la semplificazione ma è per rendere l’idea.

Dunque, non è tanto la povertà in sé che genera devianza, ma il grado di cultura associato alla povertà, così come il modello socio-culturale predominante della zona: cioè un conto è abitare a Scampia, un altro è abitare a Barletta (considerata tra i comuni più poveri di Italia).

Tornando al discorso scuola, credo sia necessario riprenderla in mano come fosse (e lo è) il bene più prezioso del nostro Paese. Bisognerebbe eliminare questa differenza tra scuole di serie A e scuole di serie B: cioè tra scuole che preparano alla conoscenza e altre tendenti alla sola pratica come se quest’ultima fosse scollegata del sapere.

Bisogna rivalutare gli Istituti tecnico-professionali, lanciando il messaggio che sono scuole in cui si studia e non un “parcheggio per gli svogliati” come molti pensano. La scuola pubblica deve essere uguale per tutti, deve formare tutti allo stesso modo e tutti devono avere le stesse chance per un futuro migliore.

Per quel che invece riguarda i comportamenti devianti, avrei solo una risposta: ovviamente nessun tipo di punizione corporale e nessun ceffone (al contrario di quanto scritto da molti sui social), ma supporto e sostegno psicologico agli studenti e alle famiglie. I ragazzi con comportamenti devianti non sono macchie da nascondere o problemi da isolare, sono persone che hanno bisogno sì di disciplina, ma soprattutto di ascolto e coinvolgimento attivo da parte degli adulti.

 

Virginia Avveduto

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