In principio fu il bla bla bla.

Fermarsi a osservare l’invisibile

Fermarsi a osservare l’invisibile

Esci di casa, metti in moto le gambe, apri bene le orecchie, spalanca gli occhi e fermarti a osservare: scoprirai com’è fatta davvero la strada: piena di gente che cammina – anzi corre – e non si accorge che tu sei lì, fermo, che osservi.

Che sia un corso, un borgo, un porticato pieno di vetrine o la via per la stazione, ci troverai sempre, tra centinaia di gambe in corsa perenne: una scatola, una coperta sporca, una ciotola, a volte una chitarra, un cartello con su scritto HO FAME AIUTAMI e qualcuno fermo a guardarti; uomini o donne invisibili che stanno lì da sempre, quelli che tu chiami solitamente “barboni”, “senzatetto”, “clochard”, ma che preferiscono farsi chiamare – e lo so perché me l’hanno detto – “senza una fissa dimora”.

Ecco, la strada è così, piena di “invisibili” che non hanno una fissa dimora, con occhi aperti in cerca di una moneta, di un pasto caldo, di scarpe usate, a volte di una dose, o solo di un saluto amichevole, di uno sguardo che per una volta non esprima disprezzo.

Uomini e donne dimenticati che sperano che quelle migliaia di uomini e donne ben vestiti e distratti si pongano almeno una volta un umanissimo interrogativo: perché? Un perché lento, curioso, critico, empatico, stanco, compassionevole, indignato. Un “perché stavo correndo? Perché mi stai guardando così? Perché non ti avevo mai notato prima? Perché sei sempre qua? Perché sei qua e basta? Perché siete qua così tanti? Perché nessuno fa niente per voi? Perché quel politico ha gettato le vostre coperte nell’immondizia mentre qui nevica? Lo Stato dov’è?”

Perché la strada è piena di uomini e donne senza una fissa dimora, quotidianamente invisibili. Ma non meno invisibili di quelle migliaia di persone che corrono velocemente e la cui sagoma sfoca, sfuma e presto sparisce dentro un vicolo, un portone, una casa.

Non meno invisibili di quei perché mai pronunciati, raramente sussurrati, solitamente soffocati dal suono familiare di una chitarra scordata, dal latrato affettuoso di un cane, dal tintinnìo di una moneta che batte sul fondo di un piattino lurido e ammaccato.

di Francesco Giamblanco

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