L’ennesima strage. Le bombe che distruggono case e ospedali (o quel che ne resta), le armi chimiche che fanno stragi di civili, di donne e bambini, ma anche di uomini e anziani (sì, perché muoiono anche loro).

Ma non è mia intenzione fare l’ennesima riflessione sulla guerra e sull’orrore, sull’assurdità di costruire muri e respingere i richiedenti asilo, su quanto sia impari il dolore che in Occidente provoca un giorno di terrorismo rispetto a quello che in un posto come la Siria provocano anni e anni di battaglie, di raid, di armi chimiche, di rappresaglie, di repressioni e di condanne sommarie; non è mia intenzione parlare di Putin, Trump e Erdogan, o delle ragioni e delle responsabilità del conflitto.
Lascio quest’onere a tutti quelli che ne sanno più di me, a chi ha studiato e approfondito e ha qualcosa da aggiungere, a chi è capace di andare oltre la retorica e la demagogia.

Prendo solo spunto da quest’ennesima strage, da questo ennesimo vile attacco, definito dai media “la morte dell’umanità”, per porre un piccolo, insensato e apparentemente futile interrogativo, partendo da un fatto, da una notizia, per la precisione da un selfie, che solo pochi giorni fa impazzava sui Social, che ha scatenato tantissima ironia e, a tratti, un po’ di indignazione.

Mi riferisco all’incontro tra il Senatore della Repubblica Italiana Antonio Razzi e il Presidente Siriano Bashar al-Assad, immortalato in un sorridente, fiero e tanto condiviso autoscatto.

Ed ecco che oggi, ancora scosso da quelle dolorose immagini, dai toni di accusa e di denuncia nei confronti del sanguinario dittatore, non posso non chiedermi di nuovo, e stavolta senza alcuna ironia, il perché di quell’incontro.

Quali competenze diplomatiche potrà mai possedere il noto onorevole da divenire ambasciatore dell’Italia nel mondo? Quali virtù politiche potrà mai aver dimostrato per essere designato quale “portatore di pace”? (Lui che, paragonandola alla Svizzera, definisce “democratica” la Corea del Nord. Già, perché è andato anche lì). Ma soprattutto, cosa c’è di così divertente (da scatenare quel fastidioso sorriso) nell’incontro tra l’imbarazzante politico italiano e il genocida siriano (uno che, solo ieri, avrebbe ucciso, fra atroci sofferenze, decine di innocenti)?

Io ho smesso di ridere. Perché non c’è proprio nulla da ridere, o da sorridere. Perché se si vuole fermare l’orrore, non si può avallarlo; se si vuole combattere un mostro, non si deve renderlo simpatico.
Dobbiamo ricominciare a vedere le cose, a esaminare i fatti e a comprendere le notizie attraverso canali critici, attraverso i filtri dell’intelligenza: ritornare all’analisi, al pensiero, alle idee.

E in quest’ottica comportamentale il Senatore Razzi non è previsto, non è compreso, anzi è completamente fuori contesto.

Quel selfie racconta un’Italia che io non voglio più riconoscere, fatta di italiani che non voglio più conoscere, che ridono o si arrabbiano di pancia, senza approfondimento e senza consapevolezza; un’Italia che dobbiamo lasciarci alle spalle, un’Italia da barzelletta, amorale, scabrosa; un’Italia cieca, ignorante, volgare; un’Italia che mette se stessa alla berlina, tanto da perdere credibilità anche quando cerca di indignarsi e agire davvero.

Quel selfie racconta un’Italia fatta di persone che non hanno più coscienza di chi dovrebbero davvero essere: esseri pensanti e sensibili, civili e proiettati al progresso, empatici e solidali, costruttori e non demolitori, meno superficiali, più dignitosi e fieri.

Quel selfie è anch’esso (in piccolissima parte e in altra accezione) – se non la morte- il lungo sonno dell’umanità.

 

Francesco Giamblanco

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