In principio fu il bla bla bla.

Elogio dell’uguaglianza: il diritto di essere diversi

Elogio dell’uguaglianza: il diritto di essere diversi

L’art. 3 della nostra Costituzione, all’indomani del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale (che per lungo tempo avevano soppresso i diritti e le libertà di ognuno), ha raccolto l’antica eredità culturale dell’Illuminismo, formulando uno dei principi più sacri e inviolabili su cui si fonda la nostra stessa esistenza: quello di Uguaglianza.

Recita infatti: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E ancora: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Da un’analisi un po’ più approfondita, che provo a sintetizzare molto brevemente, emergono due accezioni dello stesso concetto: quello di uguaglianza formale (“Legge uguale per tutti” – “Divieto di discriminazione”) e quello di uguaglianza sostanziale (“Rispetto delle minoranze” – “Diritto ad essere diseguali”).

Già, perché nella società italiana post bellica e soprattutto in quella odierna, tanto molteplice e complessa, il concetto di uguaglianza è incompleto se non accostato a quello di diversità, che non va inteso come “opposto” ma come “gemello”, come una faccia della stessa medaglia. Si può essere uguali nei diritti e nei doveri ma diseguali nella propria individualità, che va rispettata, tutelata, preservata.

Diverso vuol dire “vòlto altrove”, vòlto participio del verbo volgere, che unito ad altrove esprime una direzione alternativa, un modo d’essere unico; tante direzioni e tanti modi d’essere: infatti, fra tutti, il sinonimo di diverso che preferisco è “vario” (contrario di piatto, monotono).

È necessario ricordare ai nostri interlocutori e a noi stessi che non dobbiamo “fonderci ciecamente nell’uguaglianza”, ripetendo in modo ossessivo e anche un po’ infantile la fatidica formula del “siamo tutti uguali” (punto), altrimenti si rischia di cadere nel piattume mentale e di coltivare inconsciamente una sciocca paura verso tutto ciò che non è conforme al nostro modo di vedere il mondo.

E vi assicuro che, da mancina, vivere in un mondo che ha una sola visione delle cose, è dura: a furia di ripetere che siamo tutti uguali, si è costruita una civiltà per soli destrimani (che sono la maggioranza); si è costruita una società popolata di strumenti che scrivono, tagliano, suonano in un verso solo; una società che appena qualche decennio fa puniva e umiliava chi impugnava la penna con la mano “sbagliata”.

Con il tempo per fortuna qualcosa è cambiato, sono stati prodotti oggetti ad hoc, ma soprattutto è aumentata la tolleranza nei nostri confronti: perché in fondo si è capito che accettare una “minoranza” non per forza provoca una limitazione della propria libertà (della maggioranza).

La “parabola” dei mancini potrebbe apparire banale e superficiale ma l’ho usata come esempio per arrivare a qualcosa di più profondo: riconoscere e conoscere le diversità è un primo passo per permettere un maggiore rispetto di queste.

E diversità vuol dire che ognuno ha un proprio modo di apprendere e un proprio metodo di studio; eppure ci sono voluti decenni per far capire agli insegnanti e ai genitori che non tutti i bambini imparano rimanendo seduti ore e ore, leggendo o ripetendo fino allo sfinimento; decenni per far capire loro che essere “diverso” dal resto della classe non vuol dire essere “pigro” o “stupido”.

Diversità vuol dire che ognuno è libero di professare la propria fede e di farlo nel luogo di culto che preferisce.

Diversità vuol dire avere personalità e comportamenti differenti: c’è chi si ricarica con la compagnia degli altri perché tendente all’estroversione; chi invece, da buon introverso, è alla continua ricerca di un luogo isolato per riflettere e rigenerarsi: e nell’epoca degli open space, dei lavori di gruppo e della massima socialità, è bene ricordarlo.

La diversità va di pari passo con la libertà, e ammettere l’esistenza di un solo orientamento sessuale, che vada bene per tutti, è da perversi.

Coloro che, più di tutti, hanno compreso il concetto di diversità, sono gli scienziati e i bambini (prima di diventare poi degli adulti smemorati).

I primi, ad esempio, anziché parlare di autismo come “malattia”, preferiscono il concetto di neurodiversità e sviluppo atipico. E non si tratta di una questione di politically correct, ma di un primo passo verso la comprensione della complessità del cervello umano, il cui studio approfondito fa capire come caratteristiche “atipiche” non siano necessariamente dei difetti.

In proposito, vorrei citare le parole di Thomas Lovejoy, fondatore del concetto di biodiversità: “Il mondo naturale in cui viviamo è a dir poco estasiante – davvero meraviglioso. Personalmente, provo una grande gioia nel condividere un mondo con la varietà scintillante della vita sulla terra. Né posso credere che nessuno di noi voglia veramente un pianeta che sia una terra desolata e solitaria”.

Poi ci sono i bambini. Loro sanno perfettamente che ognuno ha un proprio modo di vedere il mondo: qualcuno, guardando una matita, vede un pettine, qualcun altro una pipa, o una spada, o semplicemente una matita con cui disegnare infinite figure che, attraverso semplici linee, raccontano storie fantastiche. I bambini rispettano queste visioni differenti, perché sanno che loro, essendo bambini, possono permettersi di esprimere tutta la propria diversità e unicità.

Perché diversità è gioco, fantasia, dialetto, lingua, idioma, gergo, costume, volti, carnagione, pupille, sorrisi, falangi, piedi, DNA, colori, profumi, odori, sapori, digestioni, suoni, sensazioni, panorami, esperienze, ambienti, luoghi, voci, silenzi.

Ma quanto è bella questa diversità.

 

di Virginia Avveduto

 

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