In principio fu il bla bla bla.

E se la scienza fosse davvero democratica?

E se la scienza fosse davvero democratica?

E se la scienza fosse davvero democratica?

Se davvero tutti potessimo dire liberamente la nostra così che le decisioni venissero prese esclusivamente a maggioranza, senza tenere conto degli studi, delle ricerche e dei risultati?

Immaginate un’Italia in cui i medici prescrivono i farmaci e i pazienti si rifiutano di assumerli, perché hanno ascoltato i suggerimenti degli amici e dei parenti che li sconsigliano: “meglio aloe, bicarbonato e limone”.

Immaginate un 2018 in cui il brodo di gallina si sostituisca all’aspirina, le bacche di goji alla chemioterapia, le sanguisughe alle flebo.

Immaginate un luogo e un tempo in cui la dis-informazione e l’in-cultura creino un corpo elettorale restìo ad ogni forma di fede nella scienza e propenso invece al culto del dubbio, del rifiuto, dell’opposizione ostinata, che diventa superstizione, errore, morte. Qual è il limite oltre il quale potremmo spingerci?

Adesso smettetela di immaginare, perché ci siamo già, in pieno medioevo.

Abbiamo al Governo gente che “Altro che vaccini, da piccoli ci immunizzavano visitando i cuginetti malati”, gente che “Dieci vaccini sono troppi, ma io non sono un medico”, gente che, parafrasata: “Libera politica in libera scienza”.

Perché l’obbligatorietà è vista come una costrizione, una violazione di un diritto individuale. Si ignora che le cure mediche e la prevenzione, nel caso di specie le vaccinazioni, sono l’unico metodo per tenere lontane o addirittura debellare malattie virali e rischi di epidemie. E che pertanto l’obbligatorietà diventa attenzione al bene collettivo.

In passato, bastava la parola del medico di famiglia, del pediatra o di Piero Angela per aderire a una determinata cura.

Scrive in proposito Enrico Mentana: “Quando ero bambino, tutti noi, nel clima di fiducia nel progresso scientifico, vivevamo come una conquista di civiltà quello zuccherino che ci metteva al riparo dalla poliomielite o quella puntura al braccio che ci lasciava una inconfondibile cicatrice ma in compenso ci immunizzava dal vaiolo. Ed era vero, erano conquiste ottenute per il genere umano da grandi studiosi. Era il tempo in cui si inauguravano l’autostrada del Sole e la metropolitana di Milano, e il primo istinto era di fare festa, non di pensare a quante tangenti erano state pagate o se le stazioni o le uscite erano quelle giuste. E così nessuno pensava che le vaccinazioni fossero un regalo a Big Pharma, ma semmai alla nostra società, un progresso di e per tutti, come la Milano-Roma, come il metrò”.

Oggi si è scettici su tutto, si è fermamente convinti (spesso insensatamente) che l’autorità voglia ingannarci; e questo sentimento “complottista” nel campo della Salute, si intreccia a più livelli con quello politico ed economico.

Immaginate (prendendo spunto dalla realtà) milioni di comuni cittadini, contadini, ingegneri, postini, cassiere, chef e impiegate che dettano – “democraticamente – le regole in campo medico e farmaceutico, sotterrando – non le opinioni – bensì le conoscenze di migliaia di biologi, ricercatori, infettivologi e scienziati la cui laurea ed esperienza professionale viene così improvvisamente schiacciata da un tweet, da un post su Facebook, da un articolo di un blog, da una pseudo ricerca mai accreditata.

È un pericolosissimo passo indietro, un deleterio ritorno al passato, un comportamento, per restare linguisticamente in tema, che nuoce gravemente alla salute, non solo fisica, ma anche civica, culturale e storica di un popolo.

Scriveva Isaac Asimov nel 1980: “C’è un culto dell’ignoranza, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza“.

 

di Francesco Giamblanco

 

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