Da giorni non si parla d’altro. Tutti twittano, postano, scrivono, commentano e parlano di Riina, di scarcerazione, di morte e di dignità. Affrettando giudizi e ostentando opinioni, senza aver neanche cercato di approfondire, cioè senza aver mai letto cosa dice (almeno nei suoi punti essenziali) la sentenza della Corte di Cassazione da cui tutto questo trambusto ha avuto inizio.

Dunque, ecco i fatti.

Totò Riina, boss mafioso che dal 1992 è stato condannato a diversi ergastoli, è stato arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza. Oggi ha 86 anni, è in carcere da 24 ed è molto malato. Il suo avvocato ha presentato un’istanza al Tribunale di sorveglianza di Bologna in cui chiede la sospensione della pena o almeno gli arresti domiciliari. Il tribunale di Bologna non ha accolto la richiesta.

Lunedì 5 giugno 2017, la prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha pubblicato la sentenza n° 27766, annullando con rinvio l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna.

Nel 2016 il Tribunale di sorveglianza aveva escluso il differimento della pena per Riina, motivando che dalle relazioni sanitarie “non emergevano condizioni di salute tali da richiedere un intervento al di fuori dell’ambiente carcerario”. L’ordinanza spiegava che i problemi cardiaci di Riina erano sotto controllo e che “lo stato detentivo nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia, essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni altro cittadino, anche in stato di libertà”. Inoltre, per avvalorare il rigetto dell’istanza, i giudici di Bologna avevano presentato motivazioni correlate alla pericolosità del carcerato e alle relative ragioni di sicurezza e incolumità pubblica.

La Cassazione dopo aver analizzato le motivazioni della suddetta ordinanza, ha affermato che in alcuni punti sono “carenti” e “contraddittorie”. In sostanza, il fatto che il detenuto sia monitorato non giustifica il rifiuto del differimento della pena e non spiega la compatibilità tra le condizioni di salute di Riina e il regime carcerario.

L’ordinanza di Bologna sarebbe dunque “parziale” in quanto non è stato considerato lo stato di salute complessivo del detenuto: infatti, secondo la Suprema Corte, nel caso di specie, andrebbero considerati l’età, le neoplasie renali e la situazione neurologica gravemente compromessa.

La Cassazione ha quindi affermato che tenere una persona in carcere indipendentemente dall’età e dal decadimento fisico potrebbe essere “contrario al senso di umanità e dignità – prescritti dalla Costituzione senza eccezioni – e potrebbe risolversi in una detenzione inumana, vietata anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

L’ordinanza del Tribunale di sorveglianza sarebbe poi contraddittoria e parziale in altri due punti, relativi rispettivamente alle deficienze strutturali della Casa di reclusione di Parma e alla affermata pericolosità di Riina (con riferimento al suo “suo indiscusso spessore criminale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute”).

La Cassazione dunque non ha deciso per Riina un differimento della pena. Ha esclusivamente annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza. L’annullamento con rinvio è un giudizio di legittimità e non di merito, significa che Bologna dovrà fare nuove verifiche e motivare adeguatamente, senza contraddizioni e lacune, e soprattutto rispettando i criteri ribaditi dalla Suprema Corte e i principi stabiliti dalla Costituzione.

di Francesco Giamblanco

(fonte “Il Post“)

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